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Ma quale soggettività, ogni certificazione non può che avere criteri unicamente oggettivi In evidenza

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Questa è un po’ tecnica ma è ora di affrontare l’argomento: non credo siano in molti infatti a sapere che alcuni dei vini che normalmente acquistiamo e consumiamo sono stati assaggiati da una specifica commissione, prima che questi siano stati commercializzati.
Un gruppo di tecnici che alla cieca, senza conoscere cioè l’etichetta, ne ha “certificato” il valore seguendo le linee guida del disciplinare di appartenenza, si tratta infatti di questione che riguarda solamente i vini a Denominazione di Origine (DOC e DOCG), in tutta Italia. Non dovrebbe fare quindi particolarmente scalpore se un vino viene considerato non all’altezza, fa parte del gioco. E invece no, come ormai accade regolarmente da anni ci si ritrova nella paradossale situazione che vini pessimi ma corretti, quelli che al supermercato costano meno e che sono prodotti in molte decine di migliaia di esemplari, non hanno alcun problema di certificazione mentre alcuni tra quelli più originali, spesso prodotti da vignaioli più o meno piccoli, sono quelli che vengono fermati con maggior solerzia.

Fa parte della storia del vino di questo Paese, tanto che alcuni dei vini più rappresentativi di molte zone sono quelli che non sono più a DOC, ma generici vini a Indicazione Geografica Tipica (un esempio su tutti: il Montevertine dell’omonima azienda, nel cuore del Chianti Classico).

È ora di dire basta: il concetto di certificazione si deve fondare su elementi esclusivamente oggettivi, rilevabili con idonee misurazioni chimico-fisiche. Il grado alcolico, il residuo zuccherino, l’acidità fissa e volatile fino all’esame del colore, solo per citare alcuni parametri. Abbiamo tutti gli strumenti per superare queste degustazioni che hanno più il brutto sapore della recensione che quello della certificazione di qualità.

Detto questo, il Trebbiano Spoletino 2019 di Raína è fantastico, forse il più buono che abbia prodotto nonostante la commissione di turno abbia evidenziato “anomalie all’olfatto e squilibrio al gusto”. Vino che rappresenta una tappa fondamentale nella storia di questo bianco così affascinante.
Ma quale soggettività, ogni certificazione non può che avere criteri unicamente oggettivi
   
Pubblicato in Fast Good
Jacopo Cossater

Nato in Veneto, appena maggiorenne si trasferisce a Perugia per motivi di studio. È più o meno in quel periodo che si innamora del sangiovese, completa il percorso dell'Associazione Italiana Sommelier ed apre un blog, non necessariamente in quest'ordine. Dopo aver vissuto per troppo tempo a Milano e troppo poco a Stoccolma è tornato in Umbria, dove oggi lavora. Giornalista, collaboratore della guida "I Vini d'Italia" edita da l'Espresso, scrive anche su Enoiche illusioni e Intravino, due dei più popolari wine blog italiani.