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L'editoriale n.129

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Il Covid sulle superfici potrebbe durare da un minimo di 2 secondi a un massimo di 10 anni. In autunno potrebbe esserci una seconda ondata ma forse potrebbe sparire prima. Gli anticorpi potrebbero dare una protezione duratura che potrebbe non durare. Il vaccino arriverà entro l’inverno. Ma potrebbe essere l’inverno del 2024. Gli asintomatici con sintomi non sono più asintomatici. Le mascherine sì, ma non troppo. I guanti servono ma solo se giochi in porta. Diciamo che l’OMS finora è stata utile alla causa di questa pandemia come Claudio Bisio a quella di uno shampoo.

Qualcosa non torna.

Perché è vero che oggi la percezione diffusa e comune, supportata anche dalle autorevoli posizioni di molti medici e scienziati, è che il Covid stia allentando la sua morsa sull’Italia. Ma è altrettanto vero che viviamo ancora in una bolla di assoluta incertezza in cui nessuno, né l’OMS (ecco, l’OMS forse è meglio che lasci stare anche le previsioni del tempo) né il più autorevole epidemiologo del mondo, né tantomeno nostro cuggino su Facebook è in grado di prevedere che cosa succederà nei prossimi mesi. 

Se c’è una certezza che il Coronavirus ci sta consegnando è proprio l’incertezza. E allora, considerando che il virus (anche se in forma prevalentemente asintomatica) è ancora fra noi, e che le incognite in vista dell’autunno sono tantissime, perché i nostri concittadini continuano a comportarsi come se il problema fosse ormai superato? Perché le mascherine stanno diventando un optional e il distanziamento una fisima da ipocondriaci? Che cosa ci costa prendere qualche precauzione? E mi rivolgo pure ai negazionisti: se anche il Coronavirus fosse il più grande complotto della storia dai tempi in cui l’Italia ha rivendicato l’invenzione degli spaghetti, che cosa vi costa, nel dubbio, rispettare tre regole in croce? Che poi, considerando quello che è accaduto a Bolsonaro, il virus più che indebolito sembra piuttosto vendicativo con chi ne nega l’esistenza. E allora cerchiamo, per una volta, di uscire dalle dinamiche schizofreniche della polarizzazione anche su temi come questi e anziché dividerci stupidamente fra esagerati allarmisti e irresponsabili menefreghisti proviamo a comportarci da persone assennate e attente, senza privazioni ma anche senza questo andazzo da “tana libera tutti” che alla lunga rischia di essere pericoloso. 

Ovviamente esiste anche il rovescio della medaglia e vale per chi continua a spargere terrore, a sparare titoli sensazionalistici e a sputare numeri senza dare spiegazioni: occorre un approccio che, nella prudenza, sia equilibrato. La paura immobilizzante non ci aiuta, il Paese deve andare avanti e cercare di convivere con il virus fin quando tutto non sarà alle spalle. E per farlo occorrono più attenzione da parte di molti (gli atteggiamenti spregiudicati potrebbero diventare un boomerang) e meno allarmismo da parte di altri (continuare a terrorizzare le persone in una fase moderatamente tranquilla non ha alcun senso). 

Ma se c’è una cosa totalmente incompatibile oggi con questa razionale prudenza, quella è la riapertura di sagre e discoteche. Occhio che Darwin ci osserva.

L'editoriale n.129
   
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Matteo Grandi

A due anni leggeva Proust, parlava perfettamente l'inglese, capiva il francese, citava il latino e sapeva calcolare a mente la radice quadrata di numeri a quattro cifre. Andava al cinema, seppur accompagnato dai genitori, suonava il pianoforte, viaggiava in aereo, scriveva poesie e aveva una fitta corrispondenza epistolare con l'allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. A sei anni ha battuto la testa cadendo dagli sci. Del bambino prodigio che fu restano l'amore per il cinema, per la scrittura e per le feste natalizie. I segni del tracollo sono invece palesati da un'inutile laurea in legge, da un handicap sociale che lo porta a chiudersi in casa e annullare appuntamenti di qualsiasi genere ogni volta che gioca il Milan e da una serie di contraddizioni croniche la più evidente delle quali è quella di definirsi "di sinistra" sui temi sociali e "di destra" su quelli economici e finanziari. A trent'anni ha battuto di nuovo la testa e ha fondato Piacere. Gli piacerebbe essere considerato un edonista; ma il fatto che sia stata la sofferenza (nel senso di botta in testa) a generare il Piacere (nel senso di magazine) fa di lui un banalissimo masochista.