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Al netto della libertà di espressione che è e rimane inviolabile, le polemiche sulle vignette di Charlie Hebdo hanno portato alla luce due modi di intendere il lavoro autorale: 1- Io dico ciò che voglio, e se non capisci è colpa tua, perché sei stupido. 2- Io dico ciò che voglio, e se non capisci è colpa mia, perché non ci ho saputo fare

Dato il mio feticismo per la severità e le autofustigazioni, io ovviamente sono per il secondo: se il messaggio non arriva, o arriva male, è sempre colpa dell'autore. Anzi, se l'autore vuole osare di brutto e scandalizzare per svegliare un pubblico stupido – arduo e nobile compito – allora deve dare il meglio.

Se vuoi pubblicare una vignetta che scomoda trecento morti, fallo pure, però devi assicurarti di aver creato un capolavoro, la vignetta più bella di sempre, talmente efficace che, anche se mi farai incazzare a morte, un attimo dopo ti perdonerò perché sei troppo bravo, così mi avrai messo nella condizione migliore – è questo il tuo compito, caro autore – per ricevere il messaggio.

Assumendo questa come situazione ideale, quelli di Charlie stavolta non l'hanno raggiunta neanche di striscio: non ci hanno saputo fare. Forse perché sono francesi e non sanno prendere gli italiani per il verso giusto – o forse perché semplicemente non gli interessa e il loro obiettivo è solo scandalizzare forte e beccarsi gli insulti, tanto ormai hanno le spalle larghe – però dare la colpa al pubblico stupido è troppo comodo, è un’autoassoluzione, pratica diffusa che a quanto pare abbiamo in comune con i cugini d’oltralpe.

In Umbria c'è un detto che dice: lu fascio, chi lo fa, se lu 'ncolla. Chi fa il fascio di legna, poi deve trasportarlo con le sue mani, anche se l’ha fatto troppo pesante e si è messo in difficoltà da solo.

Insomma, porta il peso dei tuoi errori, assumiti le tue responsabilità, perché sei tu l'autore, sei tu che hai un messaggio da darmi, e hai un compito solo: devi saperci fare.

Sappici fare.

 

Sappici Fare
   
Dio

Il Signore Iddio Onnipotente, fondatore e CEO dell'Universo. Entra sempre nel bagno delle donne, perché c'è scritto Signore

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