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Maestro di Luce e di colore In evidenza

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Omaggio a Giuseppe Fioroni 

Le parole di Philippe Daverio e Vittorio Sgarbi e il ricordo di Mamo Donnari e Matteo Grandi

Artista poliedrico e talentuoso, uomo generoso, noto anche per la sua simpatia, piacevole, appassionato delle arti e della sua terra, l’Umbria. Dalle parole di chi conosceva Giuseppe Fioroni è questo il racconto che emerge in modo condiviso. Con la sua vita e con la sua arte, ha contribuito in modo importante ad arricchire e promuovere la sua Perugia e la regione tutta. PM lo ricorda attraverso le parole di Philippe Daverio e di Vittorio Sgarbi, che ne hanno apprezzato particolarmente l’opera, di Mamo Donnari che da Fioroni è stato sostenuto e incoraggiato nella sua crescita artistica, e del direttore Matteo Grandi. 


PHILIPPE DAVERIO

in occasione della mostra “Onirica. Dreamlike” - Luglio 2014

Fioroni è autenticamente transgenico: riprende il percorso dell’arte in quel momento espressionista che gli altri avevano lasciato in sospeso perché gli eventi bellici della Prima Guerra Mondiale avevano mutato il fondo dell’anima delle visioni possibili. Non credo che egli lo sappia, anzi è forse inutile che ne sia addirittura al corrente, ma oggi, a cent’anni esatti da quella deflagrazione della demenza europea, lui ci riporta non con i piedi a terra ma con la testa fra le nuvole delle emozioni troncate. E così tornano, come dei diavoletti saltati fuori dalla scatoletta, le facce clownesche di Ensor con le loro contorsioni cromatiche e fisiche; così tornano le barche a vela di Marquet che hanno preso il vento delle postmodernità. Torna la materia coloratissima d’un Vlaminck non ancora reso monocromatico dal fango delle trincee. Tornano le melanconie dei primi arlecchini rosa di Pablo Picasso e gli svolazzi celesti di Marc Chagall. Ma non sono imitazioni. Corrispondo al tentativo assai riuscito di riprendere “le fila d’un discorso” dopo la condanna trasversale della cultura pittorica avvenuta prima con l’esperienza del concetto puro e successivamente con il percorso transgenico delle avanguardie degli anni ’80 del secolo scorso. Ma la sua non è affatto una consapevolezza fuori dai tumulti che il tempo intercorso ha graffiato nella memoria della sensibilità visiva. Tutta l’esperienza recente della materia, del gesto, della spatola e della goccia, dell’apparente casualità e del controllo poetico di questa casualità, viene assorbita e restituita con una freschezza rinnovata. Il gioco d’oggi non può non tenere conto dell’evanescenza che la coscienza attuale porta in sé. Il segno non può esistere in modo ingenuo: l’esperienza della semiotica ha insegnato che sotto lo strato apparente permangono gli strati inferiori d’un fare precedente. Sicché la massa pittorica che ne deriva si fa ricca di evocazioni e di vibrazioni. Ed è quella lì, che apre alle vibrazioni evocative d’un espressionismo fuori tempo, che assume denso ed evocativo valore poetico.




VITTORIO SGARBI

per la presentazione del volume “Giuseppe Fioroni Opere 1974-2004”

È un mondo allo stesso modo intimo e appartenente alla sfera personale di ognuno di noi, frutto creativo della memoria personale e collettiva, quello evocato dall’arte di Giuseppe Fioroni. Un mondo senza luogo e senza tempo, ma che rimanda a un Medioevo inteso non tanto come specifico periodo storico, quanto come categoria dello spirito e dell’immaginazione, dimensione dello spirito ancora vergine. Un Medioevo puro che non è nei libri di storia, ma dentro le nostre anime, mescolandosi liberamente ad altre suggestioni solo apparentemente in contraddizione con esso, il fascino dell’antico Egitto il rispetto per la tradizione rinascimentale centro-italica da cui Fioroni, umbro puro, sente istintivamente di provenire. Un mondo ancora convinto della necessità della figurazione del racconto, del mito, della favola, della parabola, della sacra scrittura, del simbolo, dell’emblema, dell’allegoria, della narrazione come sermo cotidianus in cui reale e irreale si confondono per rivelare sotto metafora il senso primordiale delle cose, l’uomo che si confronta francescanamente con la propria vita e con la natura, con il bene e con il male con il divino e il dannato. […] Un mondo semplice e popolare, quello di Fioroni, perché fatto di valori concreti e immediatamente percepibili, valori che siamo abituati a condividere come patrimonio comune delle abitudini dei nostri avi, dei nostri padri, di noi stessi, ma non certo rozzo e popolare; dotato anzi di una sua particolare delicatezza, pieno di saggezza secolare nella sua serenità da filastrocca, morbido sotto la scorza grezza, per niente compiaciuto quando conduce la vena primitiva, memore di Chagall e di Matisse, fino a sfiorare la soglia del naïf. Figure come bambocci, soavi e incantati, corpi che vengono stilizzati da un segno netto e solido, da un gesto rapido e senza ornamenti superflui; forme nel complesso regolari, dotate perfino di un loro equilibrio classico, ma che viene subito smentito, almeno quando siamo lontani dalle ceramiche, da colori sfumati e irrealistici, filamenti che levano alla materia molta della sua consistenza, generando nuvole colorate che si formano e si disfano nel cielo della figurazione, sempre in modo irregolare e imprevedibile.