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Ohana In evidenza

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Ohana
Sono settimane ormai che provo a scrivere questo pezzo. Mi sembra di essere tornata al liceo, quando concludere il tema era ancora più difficile che iniziarlo. Per uscirne viva, di solito, mi affidavo a una citazione. Penoso, non c’è che dire. Fortuna vuole, stavolta, che non esista frase capace di descrivere questi sei mesi trascorsi a Londra.
Bando ai trucchi da studente, allora, e che il mio cuore possa sciogliersi in cristalli liquidi senza perdersi irrimediabilmente in questo triste addio.

Che si fa in questi casi? Si procede con una lista di ringraziamenti? Non ho mai fatto neanche quella della spesa, di certo non ne sarei capace. A dirla tutta, se c’è una cosa che ho capito vivendo a Londra è che per fare la spesa occorre affidarsi all’ispirazione. È così che io e i miei coinquilini ci siamo sfamati in questi sei mesi. Pizza surgelata oggi, noccioline domani, fragole e lamponi del Kent nei giorni soleggiati: creatività culinaria allo stato puro. Apro parentesi: onde sfatare il mito dello sfaccendato studente fuorisede devo ammettere che in questi mesi abbiamo cucinato, e pure tanto. Ora come ora posso addirittura vantare una lista di specialità che vanno dal riso al curry al pollo ai funghi passando per uno sformato di patate, crema di latte e pangrattato. Ai miei coinquilini riservo il merito della carbonara, del cavolo nero risaltato in padella e del panino al mazzafegato. A questo punto dovrei chiudere parentesi. Già che ci sono, però, proseguirei con quel poco di economia domestica che ho assimilato vivendo qui. Chi l’avrebbe mai detto, ad esempio, che anche per il bucato occorre essere creativi? Separare bianchi e colorati non è che una perdita di tempo. Mettere a lavare tutto a quaranta gradi senza distinzione di sorta: eccolo qua il segreto del buon bucato. Non serve neanche l’acchiappacolore, giuro. E se qualche calzino bianco dovesse per caso assumere sfumature inaspettate be’, poco male: d’altro canto, a cosa serve l’eccezione se non a confermare la regola? Infine, ma non per importanza, sono certa di poter definire l’asciugatrice una delle più grandi invenzioni del secolo scorso. Senza il suo aiuto l’uggioso tempo londinese avrebbe avuto la meglio sul mio bucato. Unico accorgimento: evitare di superare i 60 minuti canonici calcolati ad hoc per un’asciugatura ottimale, pena la trasformazione dei mutandoni della nonna in slip. Che forse è meglio, ma questa è un’altra storia.

Ebbene sì, sono diventata una persona autosufficiente. Era questo il punto cui volevo arrivare. Prima piccola grande soddisfazione da mettere in valigia.

Secondo souvenir da portare a casa, Londra. Per lei c’è posto nella mia testa, non serve altro spazio per contenerla. Londra. Di primo acchito, come ho scritto più volte, non ne sono rimasta affascinata. Caotica, tentacolare, dagli accostamenti architettonici alquanto discutibili, eccessivamente costosa, disegnata su misura per uomini d’affari e donne in carriera, legata al business e alla finanza nelle loro innumerevoli e deplorevoli sfaccettature. Questa è Londra, non c’è niente da fare. E però. Però. Londra è anche tanto altro. Londra è i suoi bellissimi parchi, le sue case vittoriane, i suoi mercati, il suo odore di cucina messicana, i suoi pub, i suoi scoiattoli, i suoi locali con musica dal vivo, la sua multietnicità, i suoi gentili abitanti. E ancora, Londra è Camden Town, Clapham, Greenwich, Holborn, Blackfriars, Baker Street. Tesco, Sainsbury’s, Iceland, Poundland, 99 p. Londra sono i venti gradi che ti costringono ad indossare il giacchetto durante tutta l’estate, la pioggia che cade senza posa, il vento che soffia incessantemente. Soprattutto, Londra è Brixton. Notoriamente – ed erroneamente, ça va sans dire – ritenuto uno dei quartieri più malfamati di questa città, non c’è luogo che io abbia amato di più. Vivere qui mi fa sentire a casa. Quartiere afrocaraibico dal passato tutto da scoprire, Brixton è il posto in cui un qualsiasi membro della rinomata comunità bianca occidentale può finalmente veder ridimensionato il proprio – soltanto presunto – primato. I suoi abitanti sono vivi, votati alla musica, alla danza, al divertimento. Qui tutto è economico, vibrante, colorato. Sentir parlare un inglese che nulla ha a che vedere con quello della famiglia reale, partecipare alle manifestazioni contro la gentrificazione, fare un giro al Brixton Village per mangiare qualche specialità caraibica, rimanere incantati di fronte alla bellezza delle chincaglierie africane che fanno capolino dalle vetrine dei negozi: sono tutte cose che mi mancheranno irrimediabilmente, queste. E se la mappa di Londra è interamente dispiegata nella mia testa, Brixton occupa invece un posto nel mio cuore.

Autosufficienza e spirito di appartenenza alla comunità locale. C’è ancora un po’ di spazio nella valigia, soprattutto se decidessi di cimentarmi in un’operazione di rimozione (fittizia, sia chiaro) del terribile direttore del giornale e dell’avida e venale padrona di casa. Per ora ho deciso di risparmiarli. Non si sa mai. E se la valigia dovesse iniziare a pesare un po’ troppo, be’…saprei esattamente come intervenire.

Terzo ed ultimo souvenir da incastrare tra un vestito e l’altro: le persone che ho incontrato qui. Mica tutte, solo le migliori. Se non fosse per Ryanair e i suoi costi proibitivi – 10£/Kg – non ci penserei due volte ad aggiungere chili su chili (umani) nel bagaglio da stiva. Inutile fare troppi nomi, sarebbe superfluo per voi che leggete e troppo triste per me che scrivo. Vorrei trovare le parole adatte per ringraziare i miei coinquilini, innanzitutto. Con loro ho trascorso le giornate più belle. Bianca e Simone, dico a voi: mentre scrivo queste ultime pagine del mio diario di bordo voi siete in camera vostra, fate capolino per chiedermi cosa fare della giornata, tornate indietro in attesa che mi liberi da questo impegno per andare a bere qualcosa tutti insieme. Non avete notato, però, che ogni tanto una lacrima si fa viva sul mio volto, scende velocemente, si perde fra le mie fossette come se non fosse mai esistita. Be’, sappiate che quella lacrima è per voi. Mi mancherete davvero molto. Come voi non c’è nessuno, che ve lo dico a fare; sono certa però che non avrete nulla in contrario ad essere infilati in valigia insieme a qualcun altro. Devo far spazio per tutti quelli che da semplici conoscenti si sono trasformati in amici: dalla mia fida comare incontrata sul posto di lavoro ai ragazzi della scuola d’inglese, dalle persone conosciute per caso in giro per la città a quelle rincontrate altrettanto casualmente in una via del centro. A tutti quelli che hanno già lasciato Londra, invece, non posso che rivolgere una minaccia: sarò di nuovo fra i vostri piedi, prima o poi, quindi vedete di accogliermi con la stessa ospitalità che vi avrebbe riservato la mia valigia.

Sei mesi, tre souvenir, smisurata malinconia. Questo è quanto.

A casa ad aspettarmi c’è una nipote appena nata. Genitori, fidanzati, amici e chi più ne ha più ne metta non reggono il confronto. Aria, questo il suo nome, è la sola ragione che mi ha permesso di capire che è davvero arrivato il momento di tornare a casa.

See you later, alligator!

 

 

Ohana
   
Pubblicato in Diario di Bordo
Ludovica Marani

Mi chiamo Ludovica, ho passato il quarto di secolo e nel mio tempo libero adoro fare illustrazioni. Sono perugina, ma vivo a Londra ormai da un po'. Vi ricorderete forse quanto l'ho odiata questa città. Diario di bordo, la rubrica che curavo per Piacere Magazine quando mi trasferii di qua dalla Manica, ne è la riprova. Chi l'avrebbe mai immaginato che a un paio d'anni di distanza mi sarei sentita come a casa, qui. Sarà Porks in Wings, il mio blog illustrato, a parlare per me, di me, del mio precario equilibrio vita-lavoro tra Perugia e Londra.

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