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La legge di Murphy In evidenza

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La legge di Murphy
Se qualcosa può andar male, andrà male”. Mai assioma fu più azzeccato nel caso del mio Erasmus. Un ringraziamento speciale ad Arthur Bloch, allora, per aver sintetizzato così perfettamente il black humour dell’ingegner Murphy.

Riprendiamo le fila del discorso.

Per il nostro primo colloquio, a fine febbraio, il direttore del giornale mi ha convocato nello Starbucks di Victoria Station. “Lo trovi all’uscita E della metro”, diceva. Come potrete immaginare, ovviamente, non esiste alcuna uscita E. Fortunatamente non sono stata l’unica a scoprirlo sul posto: anche Valentina, l’altra stagista, ha trascorso diverso tempo a cercarla. Questo fino a quando il personale della stazione non è intervenuto negandone l’esistenza, e addirittura sollevando dei sospetti su queste indicazioni così imprecise. Ad aver dato retta alla saggezza degli impiegati della TfL

Se mai vi dicessi di incontrarci alla gelateria Veneta all’uscita E del Minimetrò sono certa che tutti voi arrivereste a destinazione nonostante l’errore. Londra, però, è una città tentacolare ed individuare uno Starbucks nei pressi di una stazione può trasformarsi in una ricerca più difficile di quella dell’ago in un pagliaio.

Con un po’ d’ingegno, ad ogni modo, sono arrivata a destinazione. Valentina era già lì, seduta di fronte ad una tazza di tè fumante tutt’intenta a parlare con il grande capo. Non l’avevo mai vista prima d’allora né sapevo nulla di lei: ****** mi aveva soltanto detto che al colloquio saremmo state presenti io e un’altra tirocinante per ricevere entrambe le prime dritte e indicazioni. Un gran sollievo, in effetti. Perché varcare la soglia di quel caffè è stato l’inizio della fine, e per queste cose, si sa, è sempre meglio essere in due. Il monologo propinatoci subito dopo parla da sé.

Occorre puntare al giornalismo di qualità e dire basta alla maniera italiana di fare informazione, così meschina e superficiale. I giornalisti italiani sono essi stessi schiacciati dal circo mediatico di cui fanno parte, votato com’è ai gossip e allo scoop da prima pagina. Non si guardi al loro esempio, pertanto; si guardi piuttosto al giornalismo inglese, così dinamico e mai stanco di notizie. Londra è una città che non dorme mai: per stare al suo passo occorre essere individui scattanti, vibranti, brillanti. Il tempo, qui, ha tutt’altro valore. Dovrete essere in grado di sfruttare ogni singolo istante, minuto, attimo a vostra disposizione per andare a caccia di notizie. D’altro canto, qui le notizie sono sotto gli occhi di tutti in ogni momento della giornata ad ogni angolo della città. Tutto sta nell’arrivare per primi. Computer alla mano, ragazze. Starbucks, libraries, un qualsiasi locale con rete Wi-Fi gratuita: è qui che dovrete fiondarvi con la notizia ancora calda, pronte a metterla per iscritto e a lanciarla in rete seduta stante. Londra non è l’Italia. Londra non aspetta nessuno, cosa credete?

Doverosa precisazione: tutte le parole finora riportate sono vere, giuro. Chiamatele pure specchietti per allodole, slogan pubblicitari di bassa qualità, cazzate. Eppure sono state pronunciate esattamente così, e senza remora alcuna. È in momenti come questo che rimpiango la mancanza di un registratore, devo ammetterlo: perché vedete, la cosa più esilarante è che ****** è italiano. Sfortunatamente non sono riuscita a trovare notizie sulla sua carriera accademica o professionale al di fuori di quelle fornite nel sito web del suo giornale. Stando alle uniche fonti a mia disposizione, comunque, dopo aver conseguito una laurea scientifica ed aver lavorato in un prestigioso centro di ricerca, il suddetto direttore si sarebbe trasferito nel Regno Unito (cambiando persino il proprio nome) per inseguire la sua più grande passione, il giornalismo. Dietro l’apprezzamento di colleghi legati ad importanti testate giornalistiche locali avrebbe dunque fondato il suo magazine, ormai rinomato ed avente alle spalle diversi anni di lavoro.

Sede? Nessuna.

Redazione? Non pervenuta.

Modalità di sostentamento del giornale? Ignote.

Certo è che prima di cacciarsi in una situazione di questo tipo, la ragazza avrebbe potuto almeno verificare queste informazioni basilari – direbbe chiunque a questo punto. Fatto sta che nell’accordo Erasmus da lui compilato, ovvero nella sezione relativa alla sede d’accoglienza, tutti questi dati ****** li aveva inseriti. La sede di lavoro c’era come anche i dettagli numerici relativi all’organico del giornale. Solo dopo essere arrivata a Londra sono stata aggiornata sul trasferimento della sede (inesistente ancora oggi, dopo quattro mesi), quindi sull’impossibilità di incontrare la redazione nell’immediato (ma neanche in tempi lunghi, a quanto pare, dato che non ho ancora avuto il piacere di conoscere altri oltre al direttore). D’altro canto – ci ha subito assicurato – trattasi di freelance che “continuano a collaborare” da tutta Europa. Che cosa vorrà poi dire quest’ultima espressione davvero non lo so. Né lo saprò mai, credo. La parte peggiore di questo inizio così disastroso, infatti, non è il giornale in questione né il suo direttore. No, sfortunatamente il ruolo più ingrato l’ha ricoperto la mia università. Strano a dirsi, impossibile a credersi. Eppure, informata nell’immediato di tutte queste irregolarità, l’Università di Perugia non ha fatto altro che alzare le mani. Dopo un primo interesse dimostrato dal delegato Erasmus di dipartimento alla luce dell’insolita vicenda – Niente sede? Niente redazione? Un direttore di giornale che pubblica articoli con più errori grammaticali di quanti ne farebbe un bambino di cinque anni? Si tenga alla larga dal soggetto, e subito! – il nulla. Il nulla nel vero senso della parola, credetemi: alla mia domanda sulla possibilità di cambiare tirocinio, nessuna risposta concreta; alla mia domanda sulla necessità di verificare le irregolarità in questione, nessuna risposta concreta. Per fortuna che per comunicare più agevolmente il professore in questione mi ha lasciato il suo numero di telefono. Ho dei messaggi da far rabbrividire persino Whatsapp: Il valore formativo di un tirocinio sta anche e soprattutto nel tuo senso critico; Nel frattempo, comunque, puoi restare a Londra cercando altro da fare; Mi raccomando, tieni un diario in cui annotare tutte le irregolarità del caso – l’ho fatto ovviamente, ma nessuno mi ha più chiesto nulla – e cerca almeno di goderti le serate londinesi.

Della serie oltre al danno anche la beffa.

Chiedo a questo punto l’opinione del lettore. Immaginati a duemila chilometri di distanza da casa, circondato da mentecatti a destra e a manca, sommerso da improbabili irregolarità burocratiche e avente di fronte a te altri cinque lunghi mesi di tirocinio. Ebbene, mio caro lettore, eccoti servite le mie domande. Che poi sono le stesse che mi sono posta io. Tu come ti saresti mosso? Cosa avresti fatto dopo aver rinviato di un anno la magistrale per svolgere un tirocinio formativo all’estero che tutto si stava dimostrando tranne che formativo?

Ora come ora non biasimo (più) la mia scelta: rimanere a Londra mi ha fatto bene. Ha fatto bene al mio inglese, alla mia timidezza, alla mia precedente incapacità di convivere con persone sconosciute, alla mia sete di amicizie, alle mie aspirazioni professionali, al mio bisogno di interrompere momentaneamente i rapporti con l’università per riprendere con tutt’altro spirito la carriera accademica.

Se per questi ed altri motivi io debba ringraziare la mia università o il giornale qui a Londra, tuttavia, è fuori discussione. La terza ed ultima parte del racconto convincerà anche voi.

 

Un ringraziamento speciale lo devo però a Francesco Prete, per l’ipnotico gatto imburrato che potete ammirare a inizio articolo.

La legge di Murphy
   
Ludovica Marani

Mi chiamo Ludovica, ho passato il quarto di secolo e nel mio tempo libero adoro fare illustrazioni. Sono perugina, ma vivo a Londra ormai da un po'. Vi ricorderete forse quanto l'ho odiata questa città. Diario di bordo, la rubrica che curavo per Piacere Magazine quando mi trasferii di qua dalla Manica, ne è la riprova. Chi l'avrebbe mai immaginato che a un paio d'anni di distanza mi sarei sentita come a casa, qui. Sarà Porks in Wings, il mio blog illustrato, a parlare per me, di me, del mio precario equilibrio vita-lavoro tra Perugia e Londra.

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