
Editoriale n.67 / Giugno
Mai momento fu più drammatico per la sicurezza a Perugia. Una guerra tra bande scatenatasi la notte tra l’8 e il 9 maggio nel cuore della città in seguito a un accoltellamento. Bande, malavita, droga. Le emergenze per le quali finiamo da anni su tutti i TG d’Italia, quelle germogliate in anni di tolleranza, ignorate dalla giunta Locchi e mal contrastate da quella attuale, sono esplose sotto gli occhi increduli di centinaia di persone in tutto il loro clamore. Far West, risse, colpi di pistola, vetrine danneggiate, bar assaliti come in un gangster movie. Solo che qui nulla era finto.
Le cause? Tante, troppe. Riduttivo cercare di dare risposte. Quel che è certo è che ognuno deve assumersi la sua fetta di responsabilità. E che il centro in primis deve tornare a essere un luogo in cui gli spazi siano occupati da famiglie e persone per bene. Non un fortino arroccato e inaccessibile. Qualcosa, a dire il vero si è mosso, soprattutto nel nuovo orario della ZTL che ora è finalmente aperta al traffico sempre fino a mezzanotte e con il progetto “Perugia is Open”, primo passo concreto verso una riabilitazione del centro storico. Ma non basta. Il centro deve diventare un polo attrattivo. Deve tornare a essere di tutti. Sempre. Inoltre occorre una presa di posizione durissima, ai limiti della tolleranza zero, da parte delle forze dell’ordine. Perché Perugia è sì città aperta e tollerante, ma qualcuno nel tempo ha confuso il concetto con città disposta a farsi scarnificare da chi arriva da fuori solo per giocare sulla sua pelle la partita della malavita. Ebbene, a questo bisogna dire “no”.
Nel frattempo, la situazione è la seguente. Sono cambiati tre questori in quattro anni, senza che cambiassero le cose. Siamo passati da un sindaco che sosteneva che il problema droga non sussisteva e che di fronte a morti per overdose di non residenti era solito ripetere “in fondo non sono di Perugia”, a uno che alza la voce ma dà la colpa ai perugini. Il tutto mentre la città si veste da Far West: il clou nella notte incriminata con la banda di tunisini che devastava l’acropoli e i saloon, pardòn i bar, armata di mazze da golf e racchette da sci. Sì, avete letto bene, racchette da sci. E qui sento di dover pronunciare tutta la mia incazzatura per gente che non solo viene a fare scempio della nostra città, ma che evidentemente non ci rispetta. Ma almeno un’occhiata alla carta geografica gliela volete dare prima di venire a spacciare? Tanto per sapere che Perugia non è in Val d’Aosta, dico. O devo arrivare a pensare che in casa abbiano tanta di quella cocaina che, per hobby nelle ore morte, ci sciano sopra? E le mazze da golf? Ma non era uno sport per ricchi? Sì va bene, è un cliché, ma potersi permettere di spaccare una mazza da golf sulla schiena del malcapitato di turno è uno schiaffo alla miseria. Neanche il peggior McEnroe trattava così le sue costose racchette. Mi spiego invece più facilmente le pistole. Queste sì. Perlomeno denotano una forma di rispetto. Insomma pensare di esser visti come una città che si può tenere in pugno con due mazze da golf e qualche racchetta da sci sarebbe francamente umiliante.
Spero solo che lo spiegamento di forze dell’ordine di questi giorni produca risultati, spero che non ci sia bisogno di andare a recuperare in Veneto Gentilini, l’ex sindaco leghista di Treviso, pregandolo di darci una mano, spero che Silvio quando dice di pensare alla Presidenza non si riferisca alla res pubblica ma alla res pubica, spero che non ritornino gli anni di piombo che qui è già tutto fin troppo pesante, spero, dopo aver tollerato oltre il tollerabile i deejay scrittori, di non dovermi abituare all’idea dei giornalisti rapper, spero che la Juve e Grillo rispettino quel che dice la Federazione perché non mi risulta che abbiano vinto reciprocamente 30 e 50 scudetti, quindi, signori, iniziamo a togliere qualche stella. Anche se in fondo è l’anno dei gobbi e la guarigione lampo di Andreotti ne è una prova.
Ora spero che vi godiate questo numero interamente dedicato all’ARTE.
Infine, spero di poter continuare a coltivare cipolle in una valle di lacrime.


