CINEMAL

 

 

 

La Talpa

Tratto da un bel romanzo di John Le Carrè, il film del regista svedese Tomas Alfredson, non tradisce le attese. Thriller compattissimo e altrettanto intricato, storia di spionaggio di respiro europeo con il compasso puntato nella Londra del 1973. All'interno dei Servizi Segreti si cerca una talpa. Tra doppiogiochisti, omicidii e paludose zone d'ombra si dipana un gioco di specchi, di difficile fruizione, ma di un'eleganza straordinaria. Sublime la fotografia di Hoyte Van Hoytema in grado di ricreare l'aria, i colori, addirittura gli odori del periodo; così come di gran livello è il cast dove spiccano Colin Firth e un superlativo Gary Oldman.
Per procioni

 

The Artist

La sorpresa cinematografica più bella dell'anno. E, una volta tanto, concordiamo con l'Academy che ha candidato questo piccolo gioiello alla bellezza di 10 oscar. Un inno al cinema, di ieri e di oggi. Un film muto come se ne facevano negli anni '30, con quel tocco di retrò che non guasta, con un muto che non annoia un solo istante, con tutti gli ingredienti del buon cinema d'una volta. E i due attori Jean Dujardin e Bérénice Bejo, sono semplicemente perfetti e sorprendenti, recitanti e ballanti, brillanti e drammatici. Dietro alla cinepresa la mano di un regista francese, Michel Hazanavicius, che consegna alla storia un film straordinario e unico nel suo genere.
Per tartarughe

 

Le Idi di Marzo

Un plot compatto e serrato. Un giovane ghostwriter capoufficio comunicazione del candidato democratico alle primarie USA, dovrà affrontare la discesa agli inferi nel mondo della politica, dei suoi torbidi dietro le quinte, dei suoi giochi sporchi e dei suoi meschini ricatti. Il cast funziona a meraviglia: il giovane non sprovveduto è Ryan Gosling, grandissimo e sempre più in crescita, mentre il candidato è un misurato e impeccabile George Clooney, che reclama un doppiatore italiano che non abbia la patata in bocca. Fanno da contorno due giganti com Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman. A tessere le fila di una trama ben congegnata e di una regia asciutta, pulita e lucida lo stesso George Clooney.
Per caimani

 

Sherlock Holmes. Gioco di Ombre

Deludente. E troppo lungo; tanto da sconfinare nella noia. Ed è un peccato perché il primo Sherlock Holmes di Guy Ritchie era un piccolo gioiello d'intrattenimento intelligente. Con il merito, non da poco, di aver cancellato tanti ridicoli cliché sul personaggio, ridisegnandolo e riavvicinandolo a quello di Conan Doyle più di quanto nessuno avesse fatto prima. Ma qui mancano un'idea forte e una trama compatta. Tutto sa di deja-vu e neppure l'ingresso in scena del cattivissimo Professor Moriarty (Jared Harris) riesce a elettrizzare un film stilisticamente ineccepibile, ma poco incisivo. Bravi e in parte come sempre il superbo Robert Downey Jr (Sherlock Holmes) e Jude Law (il fedele Watson). Cambia pure il bulldog Gladstone. Quello del primo era molto più in carne e british. E chi scrive ne sa qualcosa. Al botteghino Sherlock sta comunque facendo a pezzi lo squallore di Vacanze di Natale e il nulla di Pieraccioni. E questa, almeno, è una buona notizia.
Per Bassethound

 

Un Giorno

Ci sono film che restano nella storia del cinema. Un Giorno non sarà uno di questi. Ciononostante, l'opera di Lone Sherfing, tratta dal bellissimo romanzo di David Nicholls, vero successo interplanetario del 2009, ha un suo stile e una sua piacevole personalità. Che poi questo sia merito della sceneggiatura, scritta dallo stesso Nicholls, in cartacarbone rispetto al libro è un altro discorso. Ma la storia di questi due innamorati vista nell'arco di un ventennio, sempre a un anno di distanza e sempre nello stesso giorno (il 15 luglio), diverte e commuove. Bravina Anne Hathaway, perfetto Jim Sturgess che molti ricorderanno come lo straordinario protagonista e cantante di Across The Universe.
Per rondini

 

TinTin

Orgia visiva allo stato puro. Spielberg riprende il fumetto dell'illustratore belga Hergé, che tanto aveva inconsciamente in comune con il suo Indiana Jones, e trasforma un capolavoro in capolavoro. Detta così non servirebbe la pietra filosofale, ma la grande impresa sta nell'aver saputo travasare dalla carta al grande schermo un fumetto che non perde un grammo della sua essenza nel passaggio. Ricorrendo oltretutto a quella tecnica che va sotto il nome di performance capture (attori in cane ossa che poi vengono rielaborati dal computer e trasformati in pupazzi), che fino ad ora non ci aveva mai convinto. Le scene d'azione sono gioielli, il fido fox terrier Milou sembra vero e la coppia di poliziotti Dupont e Dupond (uno con la t, l'altro con la d) semplicemente irresistibile. Tin Tin, il giovane e avventuroso reporter, è proprio come te lo aspetti. Produce Peter Jackson. Al prossimo episodio si scambierà il ruolo con Spielberg e ci sarà lui dietro la macchina da presa.
Per segugi

 

L'amore all'improvviso

Nella banalità del titolo è già riassunta e contenuta tutta la banalità di un film insulso, inutile, senza capo né coda. Non c'è trama, non c'è un solo personaggio credibile, non c'è una battuta che strappi un sorriso. Vorrebbe essere commedia romantica, ma di romantico c'è solo la nostalgia che ci fa venire per i film del Tom Hanks di una volta. Il fatto che Hanks decida di macchiare la fedina con il doppio ruolo di attore e regista è un'imperdonabile aggravante. Julia Roberts attraversa la pellicola come se l'agente l'avesse costretta ad accettare il copione puntandole una pistola alla testa.
Per ghiri

 

This must be place

Ci sono tanti più nell'ultimo film di Sorrentino. C'è un attore straordinario che regala una performance e un personaggio tra i più belli visti recentemente al cinema. Ci sono dialoghi e battute al fulmicotone, che andrebbero imparati a memoria. C'è una colonna sonora che avresti voglia di "shazammare" ogni singolo brano. C'è un bimbo fantastico che quando canta ti fa scendere le lacrime e potrebbe indifferentemente essere per il riso o per il pianto. C'è un regista sempre più bravo nel caratterizzare i suoi personaggi. Ma ci sono anche un paio di meno. La gigante performance di Sean Penn è il punto forte e al tempo stesso il punto debole del film. Lo riempie a tal punto da svuotarlo di ogni altro possibile contenuto. Mascherando così il secondo meno: è un film senza trama. E ai film le trame servono. Se Sorrentino trova uno sceneggiatore degno di tale nome non lo ferma più nessuno.
Per opossum

 

Drive

Stuntman di giorno e autista a disposizione dei rapinatori di notte. E' questo il lavoro di Ryan Gosling, che nel film un nome non ce l'ha, in Drive. Lui ti aspetta fuori dal posto che stai rapinando. Ti dà cinque minuti passati i quali se ne va senza aspettarti. Se rientri nei tempi invece ti aiuta a sparire seminando le pattuglie della polizia e scomparendo dalla visuale degli elicotteri. Ma si sa, i giri malfamati a Los Angeles sono giochetti pericolosi che si dipanano, fino a non darti più scampo, in modo esponenziale. Nel frattempo lui, dentro la sua giacca argentata con scorpione stampato sulla schiena, fa la conoscenza della vicina di casa, una brava e misurata Carey Mulligan, con la quale ci scapperà un primo bacio da antologia della storia del cinema. Silenzioso e riservato, malinconico e sornione, pronto a far esplodere una violenza inaudita quando meno te l'aspetti, il Gosling di Drive è già protagonista di culto d'un film di culto. Perfetto in tutto: regia (il danese Nicola Winding Refn è stato premiato a Cannes), sceneggiatura, fotografia, pathos e colonna sonora da downloadare all'istante.
Per scorpioni


 

Mozzarella Stories

Don Ciccio Dop, dopo qualche anno passato dietro alle sbarre, torna a dirigere la sua azienda di mozzarelle di bufala in quel di Caserta. Peccato che il suo caseificio sia messo in crisi dall'avanzata inarrestabile di una nuova mozzarella lanciata sul mercato da un misterioso gruppo cinese. Don Ciccio dovrà vedersela con il pericolo giallo, con le faide interne e con la determinata esuberanza della figlia il cui spirito imprenditoriale viene frustrato dal padre padrone e dal marito, cantante d'insuccesso che vive nel ricordo d'un effimero momento di gloria segnato dal brano Zingaro Napoletano. Dirige l'esordiente Edoardo De Angelis, benedetto e prodotto da Emir Kusturica che restò colpito dal talento del regista italiano nel 2006, quando da direttore del Kustendorf Film and Music Festival premiò il suo corto "Mistero e Passione di Gino Pacino". C'è un po' di tutto nell'impasto del film: Kusturica, Tarantino e persino Sorrentino. Tanta carne al fuoco, forse troppa. Tanto che a volte il ritmo s'ingolfa e la storia rallenta. Cinico e ironico al tempo stesso è nell'insieme un bell'esempio di cinema italiano non stereotipato. L'Oscar alla presa per i fondelli del 2011 va al nome scelto per il cantante sfigato: Angelo Tatangelo. E la somiglianza fisica con Gigi D'Alessio non è per caso.
Per bufale, ovviamente.

 

 

Super 8

In equilibrio tra i Goonies ed ET, l'ultima creazione cinematografica di J.J. Abrams, prodotta da Spielberg, attinge a piene mani al cinema di genere degli anni '80. Delizioso citazionismo, fotografia memorabile e la solita portentosa disinvoltura dietro la macchina da presa, rendono questa storiella di ragazzini della provincia americana alle prese con un filmino sugli zombie, una bella favola con una marcia in più. La telecamera d'ordinanza è, manco a dirlo, una Super 8. Siamo negli anni '70: mentre gli adolescenti girano, tra modellini, sceneggiature abbozzate, trucco professionale e piccole cotte, un treno deraglia a due passi dal set. La Super 8, ovviamente, immortala tutto. Segue una scia di fenomeni così inspiegabili, da far scomodare l'esercito. C'è puzza di alieni, ma gran parte del mistero è custodito proprio nella pellicola. Non solo un bel film, ma anche un'opera velatamente autobiografica. Spielberg e J.J. Abrams si conobbero proprio grazie a una Super 8: il primo cercava un restauratore per i propri filmini rimasti in soffitta, il secondo si rese disponibile a eseguire il delicato lavoro.
Per varani.

 

La pelle che abito

L'Almodovar di una volta si è perso, forse per sempre, dietro la ricerca di storie sempre più complesse e pasticciate. Se questo film, tratto dalla novella "La Tarantola" del fu Thierry Jonquet, portasse la firma di un altro regista la critica lo farebbe a pezzi come un pesce rosso nella vasca dei piranha. Ma un po' di clemenza Pedrito la merita sempre. Se non altro perché, nella seconda parte la pellicola si riscatta. E la storia del chirurgo plastico (Antonio Banderas) che custodisce in casa come una reliquia una donna (Elena Anaya) sulla quale sta sperimentando una nuova pelle inizia a prendere una fisionomia quasi accettabile. Non è tutto da buttare: i temi trattati suscitano più d'una riflessione e la performance della Anaya è ottima. Da dimenticare il doppiaggio che rende ridicole battute e toni accettabili solo in lingua madre e alcune carnevalate inutili e fuori registro come quella dell'uomo tigre.
Per pitoni.

 

SPECIALE 68ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA / 2011

A DANGEROUS METHOD / VENEZIA 68

Freud o Jung? L'ebreo o l'ariano? L'austriaco o lo svizzero? Fino a dove può davvero spingersi la psicanalisi? O meglio: "la psico-analisi", come precisa Freud/Mortensen: "è più corretto e suona meglio". E che ne sarà delle nostre pulsioni più profonde? Andranno represse, interpretate o assecondate? Tanta carne al fuoco nell'elegantissimo film di David Cronenberg, sceneggiato da Christopher Hampton che ha qui riadattato una superba opera di John Kerr. Ne esce una pellicola dall'approccio didascalico ma non sussiegoso. Certo, la materia è complessa e il rischio di perdere il bandolo sempre in agguato. Ma se alla fine il film trova un suo piccolo, sublime, equilibrio il merito è anche di un cast perfetto: Michael Fassbender, il capitano nazista di Bastardi senza gloria, nei panni di Jung, il monumentale Viggo Mortensen in quelli di Freud (e pazienza se con il barbone assomiglia più al Robin Williams della pubblicità della Play Station che al sex symbol che fu) e, dulcis in fundo, una magnetica Keira Knightley nelle vesti della psicoanalista russa Sabina Spielrein, prima paziente e poi amante di Jung. La mano di Cronenberg, talvolta forse un po' troppo compiaciuta, c'è e si vede. Certo, il regista non nasconde la propria parzialità finendo per fare un tifo, quasi da stadio, per il più possibilista e meno rigido Jung. Eccezionale Vincent Cassel che dà la scossa a dieci minuti di film dando voce e corpo alle teorie di Otto Gross, psicoanalista e filosofo, strenuo oppositore delle idee di Freud.
Per aironi


CARNAGE / VENEZIA 68

Cinico, spietato e divertentissimo. E' questo in sintesi il succo dell'ultimo affresco firmato Roman Polansky. Due coppie di genitori s'incontrano per chiarirsi dopo che una lite dei figli è finita a bastonate e denti rotti. Tratto da una pièce teatrale di Yasmina Reza, il film è interamente ambientato all'interno di un appartamento della borghesia newyorkese. Claustrofobicamente perfetto è un rincorrersi di battute al fulmicotone che traccia l'escalation caratteriale dei protagonisti esasperandone scena dopo scena gli spigoli peggiori. E sono proprio loro, i protagonisti, le colonne portanti di questo piccolo (un'ora e un quarto scarsa) gioiello. La coppia Jodie Foster (scrittrice) e John C. Reilly (commerciante di sanitari) incarna i genitori del bimbo "vittima", mentre Christoph Waltz (avvocato) e Kate Winslet (esperta finanziaria) sono i genitori del bimbo "carnefice". Ma proprio le certezze sulla linea di demarcazione fra vittima e carnefice finiranno in poltiglia nel grottesco frullatore emotivo e dialettico che ribalterà le certezze più intime e metterà a nudo dubbi e debolezze, sbriciolando crudelmente le maschere dell'ipocrisia. Un'opera perfetta, che mescola con maestria spruzzi di vomito e telefonini urlanti.
Per aironi

 

CONTAGION / VENEZIA 68

Storie parallele corrono accomunate dall'esplosione di una pandemia tra le più virulente e indecifrabili di sempre. C'è il medico (Fishburn) che combatte in prima linea spalleggiato da una coraggiosa assisente (Winslet), c'è la ricercatrice (Cotillard) che parte per la Cina sulle tracce del paziente zero, c'è il padre di famiglia immune (Damon) che si barrica dentro casa con la figlia dopo aver perso la moglie (Paltrow), c'è un altro medico (Gould) che fa ricerche in proprio e poi c'è il blogger (Law) che muove accuse su accuse alle case farmaceutiche al punto da contrarre il virus per dimostrare l'efficacia del farmaco omeopatico di cui è in possesso, con relativo esperimento in diretta web. Cast stellare, come sempre nei film di Soderbergh e cinema di maniera che, a suo modo, si lascia persino seguire con gusto. Ma, al tirar delle somme, i conti non tornano, troppi fili (alcuni sciolti inutilmente) vengono lasciati sospesi e la sceneggiatura fa acqua da tutte parti. Più che contagion, confusion.
Per pipistrelli


POULET AUX PRUNES / VENEZIA 68

Torna, con produzione e cast francese, la Marjane Satrapi di Persepolis per raccontare a quattro mani (l'altro regista è come in Persepolis il fumettista transalpino Vincent Paronnaud) la storia del violinista Nasser Ali che quando il suo violino va distrutto decide di lasciarsi morire. Nulla di inedito, ma un tocco di surreale e un bel cast fanno di questa storiella, ambientata nella Teheran del 1958, un piacevole diversivo con emozioni alla carta. Bellissime le animazioni che inframezzano i cambi di narrazione. Maria de Medeiros, nella parte della moglie di Ali, è sublime. Si vede che il cinema francese quando racconta storie che profumano di favola guarda a Jeunet, ma Amelie è un'altra cosa.
Per cammelli


L'ARRIVO DI WANG / VENEZIA 68

So' arrivati gli alieni a Roma. Anzi, a dirla tutta, in due con la loro follia visionaria ci sono sempre stati: sono i Manetti Bros (Antonio e Marco, quelli di Zora la Vampira, che nel quartiere Prati ci sono nati e vissuti), registi di questa spiazzante pellicola. L'altro è invece Mr. Wang, un alieno che parla solo cinese "ci eravamo documentati e ci sembrava la lingua più parlata sul vostro pianeta", costretto ora a subire un terzo grado in un qualche sotterraneo romano da parte dei servizi segreti. Conduce l'interrogatorio il bravo Ennio Fantastichini, funzionario solerte e incazzoso, assiste e traduce nei panni dell'interpete, la solare Francesca Cottica, vera rivelazione del film. Grottesco, ansiogeno e claustrofobico è un film italiano diverso che fa il verso al cinema di genere made in Usa, con intelligenza ed effetti speciali all'altezza. Con tanto di coup de theatre finale. Un indizio? Prima regola di Cechov: se c'è una pistola in scena entro la fine dell'ultimo atto sparerà.
Per polipi

 

SCIALLA / VENEZIA 68

Basterebbe la battuta del giovanissimo Filippo Scicchitano, alias Luca, per immergersi nella pungente genialità del film: "annà dietro alle pischelle è da froci". Questo quando il maestro che gli dà ripetizioni, il bravo Fabrizio Bentivoglio, che lo ha avuto in custodia per qualche mese dalla madre partita per il Mali inseguendo un lavoro, gli chiede se ci sia qualche ragazza che gli piace. Luca è un quindicenne prolematico, ma acuto, cresciuto senza padre: gioca a fare il duro mandando a rotoli la scuola. Molte cose cambieranno dall'incontro-scontro tra Bruno, l'ex maestro che ora fa il biografo alle prese con la vita di una pornostar (Barbora Bobulova), e il ragazzo. Così, mentre le passeggiate con felpa e cappuccio calzato nei corridoi della scuola fanno riecheggiare i teen movies di Gus Van Sant, il film fa ridere (di gusto) e commuovere. Grazie anche ai numerosi colpi di scena che sarebbe criminale rivelare. E grazie a un regista esordiente, Franceso Bruni, che viene dalla sceneggiatura e sa che cosa vuol dire costruire e raccontare una storia. Cosa che il cinema italiano sembra sempre meno in grado di fare. Scialla in romanesco significa tranquillo, ma paradossalmente si traduce meglio con "take it easy".
Per cani di strada

 

 

The Tree of Life

Intimo e intimista, creativo e creazionista, l'ultimo film di Malick è un pot pourri di immagini e sentimenti, visioni e silenzi, laconici ammiccamenti new age e flashback che hanno la pretesa d'insinuare piccole stille di genesi universale. Difficile dare un giudizio netto su un film che ha già generato due schieramenti opposti, chi grida al capolavoro e chi al papocchio di un regista tanto venerato quanto sopravvalutato. La verità, come al solito, sta probabilmente nel mezzo. Tra i "più": un cast straordinario in cui il piccolo Hunter McCracken tiene testa ai grandi Brad Pitt e Sean Penn, un affresco perfetto della middleclass americana a cavallo tra i '50 e i '60, la mano di un regista che sa sempre dove piazzare la telecamera e quali tempi scandire per pizzicare l'anima dello spettatore. Tra i "meno": la fotografia che sembra quella di uno spot di profumi, un ermetismo più autocompiaciuto che funzionale e una pretenziosità eccessiva, stonata, stucchevole. Però, esci dal cinema e continui a pensarci, al film. E questo alla fine fa propendere l'asticella dalla parte del "più".
Per pescimartello.

 

Habemus Papam

Il conclave si riunisce per eleggere il Pontefice. Ma dopo essere stato proclamato Papa, Monsignor Melville (Michel Piccoli), ha un attacco di panico al momento dell'annuncio ufficiale di fronte a una piazza San Pietro gremita. Il neo-Papa non si sente all'altezza. Sconcerto in Vaticano dove, per sbloccare la situazione, si decide di ricorrere all'estrema ratio: la convocazione di uno psichiatra (Nanni Moretti), correndo il rischio di fare entrare l'inconscio nel campo della fede. Surreale e grottesco, ambientato per lunghi tratti negli interni del Vaticano, dove lo psichiatra e i cardinali vivono da reclusi giocando a carte e organizzando tornei di pallavolo, l'ultimo film di Moretti si discosta dai suoi recenti lavori concentrandosi sull'anima e sul peso della coscienza del suo personaggio. Il tutto con manciate copiose di puro cinismo e sapida ironia. Un film graffiante, intelligente, raffinato, pensato e a tratti divertentissimo. Il miglior Moretti da tanto tempo a questa parte. Con due meriti aggiunti: portare uno straordinario Michel Piccoli alla perfezione e dirigere Margerita Buy riuscendo a non farla mai urlare.
Per falchi e colombe.

 

Non lasciarmi

Un college della campagna inglese in cui si educano cloni dal futuro segnato. Qualcuno sarà destinato fin da giovanissimo alle donazioni, altri allungheranno l'attesa facendo un apprendistato da assistenti dei donatori. Il romanzo di Ishiguro era più introspettivo. Molto puntando sull'interiorità e le riflessioni della protagonista, nonché voce narrante, Kathy. La pellicola di Mark Romanek, mano delicata e tocco gentile, rimane più asettica, porta poche variazioni alla trama ma si pone su un piano più oggettivo senza tentare di scandagliare troppo profondamente nell'animo dei personaggi. Una fantascienza ovattata in formato "Quel che resta del giorno" (non a caso l'autore nippobritannico dei due libri è il medesimo) che lascia inquietanti interrogativi sul groppone dello spettatore. Bella e opinatamente malinconica la fotografia. I tre attori Keira Knightely (Ruth), Andrew Garfield (Tommy) e Carey Mulligan (Kathy) sono perfetti.
Per criceti.

 

Silvio Forever

Per fortuna che Silvio c'è o Silvio Forever che sia, per apologia o sberleffo che ci si possa ricamare sopra, per odio o passione che ogni sua parola susciti, c'è una sola certezza sullo sfondo: Silvio Berlusconi è un'icona. Assoluta. Forse l'ultima delle icone. E la pellicola di Roberto Faenza e Filippo Macelloni, sceneggiata da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (quelli della Casta) è il sigillo d'autore su questa inconfutabile realtà. Un docufilm, ma non di quelli alla Moore per intenderci. Piuttosto un'analisi, sociale e storica, del personaggio, visto attraverso il grandangolo delle sue frasi e di quelle di chi lo circonda. Ma attenzione: nonostante un meticoloso lavoro di raccolta di materiale e filmati d'archivio non è roba da History Channel. L'ironia, la cadenza di un montaggio scandito ad arte per insinuare, suggerire, ridicolizzare e talora addirittura enfatizzare il bene e il male di ogni sua sparata sono una piccolo capolavoro di comicità contenuta. Ingigantita dalla voce narrante (e imitante) del Berlusconi/Marcorè. Resteranno delusi i detrattori del Cavaliere perché l'intelligenza della pellicola sta anche nel non prendere una posizione netta e, tra un'allusione e una frecciata, nel rendere B. persino simpatico. 
Per caimani.

 

I ragazzi stanno bene

Nic e Jules (Annette Benning e Julianne Moore) sono una coppia lesbica ed emancipata di mezza età. Sposate, hanno messo su famiglia grazie alla banca del seme. Stesso anonimo donatore, per due figli democraticamente tenuti la prima nel grembo dell'una, il secondo nel grembo dell'altra. Tutto fila liscio fin quando i ragazzi non decidono di scoprire l'identità del padre biologico. Faranno così la conoscenza di Paul (Marc Ruffalo), papà giovanile, belloccio con ristorantino trendy, orto biologico e fidanzatina da urlo ma non troppo impegnativa. Genitore naturale e figli si piaceranno al primo incontro. Il papà/terzo incomodo entra così in punta di piedi in famiglia, ma gli equilibri inizieranno fatalmente a spostarsi, fin quando il nucleo allargato non rischierà d'implodere in una crisi di ruoli, responsabilità e sessualità in cui tutti vorrebbero essere qualcos'altro. Raccontato con grazia e profondità da Lisa Cholodenko, il film ha un ritmo travolgente, momenti di spasso purissimo e un'infinità di spunti su cui riflettere. Dolce, amaro e indipendente è stato (ingiustamente) contestato dalle associazioni lesbiche d'America. Superlative le protagoniste. Annette Bening è il medico che porta i pantaloni e che mantiene la famiglia. Julianne Moore cerca di cancellare le frustrazioni dedicandosi all'architettura di giardini. Ai punti vince la Bening.
Per aironi.

 

Amici, amanti, e...

Fresco divertente e leggero. Una commedia di quelle girate bene, neppure troppo stupida, che si lascia bere tutta d'un sorso. Affiatati e ispirati i due protagonisti, Ashton Kutcher e Natalie Portman. Lei è una dottoressa che non vuole impegnarsi troppo nelle relazioni, lui è quello che a forza di sesso cercherà di farle cambiare idea. Battute salaci e ritmi giusti anche per merito della sceneggiatrice, la giovanissima Elisabeth Meriwether, appena trentenne. Dirige con mano esperta Ivan Reitman, il papà dei Ghostbusters.
Per mantidi.

 

Il Cigno Nero

Genio o bluff? Se qualcuno sperava di sciogliere finalmente il dubbio su Darren Aronofsky assistendo alla sua ultima creazione, Il Cigno Nero, sappia che la domanda è destinata a restare senza risposta. Dopo film splendidi come The Wrestler e Requiem For a Dream e papocchi com The Fountain e Il Teorema del delirio, nel Cigno Nero il regista newyorchese condensa tutto il meglio e il peggio della sua arte, fatta di eccessi e pathos, di viaggi nella mente e nel corpo dei suoi personaggi. E li infonde nella storia della fragile ma determinatissima Nina, ballerina alle prese con il ruolo principale in una nuova produzione del Ballo dei Cigni. Ma Nina deve fare i conti con un rapporto irrisolto con la madre, con una rivale sensuale e competitiva e soprattutto con se stessa. "Sei tu il primo ostacolo al tuo successo - le dice davanti allo specchio un Vincent Cassel non troppo ispirato - se vuoi arrivare in alto devi prima perderti". Sarà il corollario di un doloroso viaggio negli inferi della psiche alla ricerca del proprio lato oscuro. Una metamorfosi fisica e mentale che porterà Nina (una stratosferica e struggente Natalie Portman, costretta a vomitare e masturbarsi per mezzo film e a ballare sulle punte per l'altro mezzo) a un'immedesimazione simbiotica e drammatica nel cigno bianco e, soprattutto, nel suo opposto, il cigno nero. Un'interpretazione così intensa che di oscar la Portman ne meriterebbe due, uno per cigno. Un film destinato, nel bene e nel male, a diventare cult.
Per brutti anatroccoli.

 

Rango

Ispirandosi a Sergio Leone e giocando a citare Clint Eastwood, Gore Verbinski, già regista de I Pirati dei Caraibi, si tuffa nel film d'animazione. Rango è il nome di battaglia di un piccol o camaleonte cresciuto in cattività: vorrebbe recitare, ma, in seguito all'incidente della macchina che lo trasporta, si ritrova solo soletto nel bel mezzo del deserto. S'imbatterà in un villaggio che sembra uscito da Mezzogiorno di fuoco, popolato da una fauna varia e variopinta di personaggi zoomorfi: lucertole, armadilli, scarafaggi e serpenti a sonagli. La comunità locale è alle prese con una drammatica carenza d'acqua, mentre il sindaco, una viscida tartaruga, asseta gli abitanti per alimentare i propri loschi traffici. In questo stralunato contesto Rango diventa sceriffo ed eroe suo malgrado. Ci sarà tempo per cadere nella polvere e per rialzarsi guadagnandosi sul campo i galloni da eroe e la credibilità perduta. Sullo sfondo il demone di Las Vegas, simbolo d'un consumismo che non pensa al pianeta. L'animazione è strepitosa e i personaggi sono uno più bello dell'altro. Peccato che il film duri venti minuti di troppo con inevitabile inframezzo di sbadigli. Nell'originale Rango è doppiato da Johnny Depp.
Per camaleonti.

 

The Fighter

Lowell nel Massachusetts è una città di 100mila abitanti sul versante nordorientale degli Stati Uniti. Due di loro, pugili e fratelli, sono passati alla storia. Il primo Dicky Ward per aver steso una leggenda come Sugar Ray Robinson, l'altro per aver vinto una decina d'anni dopo, contro ogni pronostico, il titolo mondiale dei Superwelter. Il bellissimo film di David O'Russell parla della loro storia (vera). Ma attenzione: non aspettatevi un film sulla boxe. Perché The Fighter è soprattutto un film sui rapporti umani, sul peso della famiglia nel vuoto delle città di periferia, sulle relazioni tra uomo e donna, tra fratello e fratello. I quali, in questo caso, servono l'uno alla redenzione dell'altro. Il primo sarà salvato dal tunnel della droga, grazie a un fratello che lo farà sentire indispensabile come allenatore, l'altro sarà trascinato alla vittoria dai consigli del fratello più talentuoso e problematico. Intorno ruotano, figli in affido, fidanzate che hanno lasciato il college per il bar, sentimenti, frustrazioni, una madre padrona e sette sorelle, bionde, brutte e cattive. Gran lavoro di regia e sceneggiatura, per una pellicola che ha sempre i ritmi e i toni giusti. Un dimagritissimo Christian Bale, nei panni del fratello allenatore, e una straordinaria Melissa Leo, in quelli della mamma tutta incazzature e sigarette, sono i sacrosanti vincitori della statuetta come miglior attore e attrice non protagonisti all'ultima edizione degli Oscar.
Per cani randagi.

 

127 Ore

Crudo e cruento, spietato e angosciante. Danny Boyle prende il best seller autobiografico di Aron Ralson, ci infila dentro un attore perfetto per la parte, James Franco (candidato all'Oscar per l'interpretazione) e gira con stile asciutto un film per stomachi forti. La tensione resta alta dal primo all'ultimo minuto, pur essendo la storia arcinota in seguito al tam tam mediatico. L'alpinista in solitaria, resta intrappolato nella montagna con pochissimo cibo e pochissima acqua e, tanto per gradire, con un braccio irrimediabilmente incastrato sotto un masso. Per sperare di salvarsi dovrà compiere una scelta estrema che potrebbe comunque non bastare. Incredibile storia vera portata sullo schermo con il consueto stile dal regista di The Millionaire. Uno che sa trasformare il pop in rock e (come in questo caso) il rock in pop.
Per iguana.

 

La Vita Facile

Dopo "Figli delle Stelle", Lucio Pellegrini dirige ancora una volta Pierfrancesco Favino nel suo nuovo film "La Vita Facile". Favino è Mario, medico di successo, romano de Roma, che ama il suo lavoro, il traffico e la Lazio; e per niente al mondo vorrebbe vivere altrove, fin quando il capo reparto lo incoraggia a raggiungere l'amico Luca (Stefano Accorsi) volontario in un ospedale in Kenya. La trasferta forzata di Mario si trasforma in un momento di ricongiunzione con l'amico di un tempo, nonché amante della moglie. Tutto scorre tranquillamente finché arriva lei: Ginevra (Vittoria Puccini), donna superficiale, viziata che ama la vita facile prendendosi gioco dei sentimenti di chi la circonda. La pellicola da qui in poi perde la verve di Favino (di una spanna superiore al roppo metodico Accorsi) e inzia a sfilacciarsi. Lui ama lei, lei ama lui e alla fine nessuno si ama. Resta così la sensazione di un film incompiuto, che perde d'intensità minuto dopo minuto con tanto di inspiegabili buchi neri nella sceneggiatura. (Viola Menicali)
Per vacche (sacre).

 

Ladri di cadaveri - Burke & Hare

Edimburgo, 1828. Ispirandosi a vicende realmente accadute John Landis mette in scena una dark comedy vecchia maniera, raccontando le gesta di due squattrinati che decidono di fare fortuna vendendo cadaveri a un illustre anatomista, esperto in  autopsie, dopo che un decreto ha vietato alle università di attingere dai morti dell'obitorio. Ma siccome è difficile prevedere dove e quando ci sarà un morto, i due per avere "materia prima" da vendere decidono di aiutare il caso, trasformandosi da contrabbandieri di cadaveri in killer. Attori brillanti e ispirati danno sale a un film ben scritto e ben recitato. E se nella prima parte il ritmo ci mette un po' a ingranare la seconda parte fila via che è una meraviglia fino al finale tutt'altro che scontato. John Landis, regista di culto dei Blues Brothers, torna con lo stile e la verve graffiante delle commedie vecchio stampo: tante risate, zero volgarità. Geniale la frase che compare sullo schermo prima dell'inizio: "I fatti narrati in questo film sono veri. Ad eccezione di quelli che non lo sono"
Per avvoltoi.

 

Il Grinta

Ormai è chiaro: i fratelli Coen hanno scoperto l'amalgama alchemico del film perfetto. Il Grinta, remake del western del '69 di Henry Hathaway che aveva nel leggendario John Wayne il protagonista, non fa eccezione. Così dopo "Non è un Paese per Vecchi" e "A Serious Man" ecco un altro piccolo capolavoro di forma e stile. Perfetti gli attori, perfetta la fotografia, incalzante la storia, sapiente il mélange tra avventura e ironia; il tutto senza sbagliare una sola inquadratura o il tempo di un montaggio. Ecco allora prender forma, nell'Arkansas di fine '800, la vendetta di un'orfanella appena 14enne nei confronti dell'assassino del padre. Lei è una straordinaria Hailee Steinfeld (Mattie Ross nel film, sacrosantamente candidata all'Oscar come miglior attrice non protagonista), vero perno magnetico della pellicola. Per realizzare il suo proposito decide d'ingaggiare lo sceriffo Rooster Cogburn, anche noto come il Grinta, un immenso Jeff Bridges, un po' cacciatore di taglie e un po' braccio violento della legge. Insieme al Ranger Leboeuf (Matt Damon), si metteranno sulle tracce del fuorilegge John Chaney (interpretato dall'ex Goonie Josh Brolin, vero attore feticcio di Ethan e Joel Coen da quando i due lo hanno ripescato da un dimenticatoio nel quale era finito, immeritatamente, troppo giovane). E' la rinascita di un genere, il western, nel quale neppure Hollywood credeva più. John Wayne per quel film vinse l'unico Oscar della sua carriera. Jeff Bridges, entrato nella cinquina di miglior attore, va a caccia del secondo. Evidentemente la parte dello sceriffo Cogburn piace all'Accademy.
Per cavalli di razza.

 

Il discorso del Re

Funziona a meraviglia questo biopic che narra della balbuzie di Re Giorgio VI d'Inghilterra, salito al trono dopo l'abdicazione del fratello, proprio alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Il futuro re, un sublime Colin Firth (che dopo la folle esclusione del Barney/Giamatti dalle nomination, può già fare spazio all'Oscar sulle mensole di casa), terrorizzato dai discorsi pubblici e dai microfoni, trova il proprio guru e maestro in Lionel Logue (uno straripante - a volte fin troppo - Goffrey Rush), logopedista australiano dai metodi tutt'altro che ortodossi. Superando complessi e carenze d'autostima, il percorso verso la guarigione, sotto l'egida dell'eccentrico mentore, sarà un armonioso crescendo fino al primo appassionato e appassionante discorso radiofonico alla Nazione per annunciare la discesa in guerra dell'Inghilterra contro la Germania di Hitler. Dirige, con mano che entra nel cuore e nell'anima dei personaggi, Tom Hooper. Merito anche della splendida (e in parte autobiografica) sceneggiatura di David Seidler: balbuziente anch'egli al punto che i genitori lo spronavano dicendogli che una volta pure Re Giorgio lo era, andò a cercare il figlio di Logue e gli chiese il permesso di spulciare tra i taccuini del padre. Da qui l'idea dello script.
Per pappagalli.

 

Biutiful

Ci sono tutte le gradazioni del dolore nell'ultimo lavoro di Alejandro Gonzalez Inarritu. Il quale, dopo aver perso lo sceneggiatore Guillermo Arriaga, tralascia anche le storie a incroci e si concentra sul personaggio di Uxbal e sulle sue infinite sventure. Il poveraccio vive con i suoi due figli in un letamaio tirando a campare tra traffici loschi, malattie trascurate, moglie depressa e sedute coi morti. Opera controversa, a metà tra pornografia del dolore e ambizione da capolavoro inespresso. Javier Bardem è, come di consueto, straordinario. Ma la pellicola, destinata a dividere il pubblico tra adoratori e detrattori, ha un retrogusto pretenzioso e poco spontaneo che disturba. Avete presente la naturalezza delle storie e dei personaggi Mike Leigh? Ecco, l'esatto contrario. Chi ama Inarritu tifa per l'Oscar (è nella cinquina di miglior film straniero). Chi ama il cinema tifa per un rapido ricongiungimento con lo sceneggiatore Arriaga.
Per topi.

 

Kill me please

Tra le montagne innevate del Belgio, il dottor Kruger gestisce una clinica in cui accoglie, dopo accurate selezioni via dvd, aspiranti suicidi da accompagnare nel migliore dei modi verso l'ultimo respiro. E se un anziano paziente decide di spegnersi bevendo champagne e facendo sesso con una studentessa (morte invidiabile!), il panorama di aspiranti suicidi è vario e variopinto, nonostante il bianco e nero della fotografia. Ecco allora l'attore comico, l'ex soprano, il guerrafondaio e persino la giovinetta allergica ai metalli costretta a farsi tre iniezioni al giorno. Dondolando tra il noir e il comico, la dark comedy di Olias Barco, premiata a Roma con un meritatissimo Marco Aurelio d'Oro, è un piccolo capolavoro di buon cinema e cinismo. Graffiante, irriverente e illuminata la sceneggiatura di Olias Barco, Virgine Bramly e Stéphane Malandrin andrebbe insegnata sui banchi di scuola. E quando la morte decide di sovvertire l'ordine costituito dagli uomini in un crescendo cupo e grottesco, ognuno si fa la sua morale. La battuta da ricordare: "Ho perso mia moglie". "Mi dispiace; e come è morta?" "Non è morta, l'ho persa a poker".
Per delfini.

 

Il truffacuori

Che bravi i francesi che sanno fare commedie da esportazione leggere e intelligenti, ironiche e romantiche. Magari Il Truffacuori non vincerà nessun premio per l'originalità della sceneggiatura, eppure questa piacevole favoletta del playboy, che di lavoro fa lo spaccacoppie su commissione, funziona e diverte. Ed è meno frivola di quanto si potrebbe pensare. Così quando Alex (un ottimo Roman Duris) dovrà rimettere in discussione le proprie certezze nell'affrontare la missione più difficile (rompere a una settimana dal matrimonio la liaison tra Juliette e il magnate Jonathan), se ne vedranno delle belle. E non soltanto perché lei è interpretata dall'affascinante signora Depp, al secolo Vanessa Paradis. La commedia rimette in discussione l'amore e i suoi canoni, lo celebra smontandolo e lo smonta celebrandolo. Senza mai abbassare il ritmo, croccante e incalzante, senza una battuta a vuoto e con una colonna sonora pop e romantica quanto basta. Il tutto spolverato da manciate di citazioni che manderanno in estasi i cinefili: si va dal tributo esplicito al Patrick Swayze di Dirty Dancing, all'omaggio hitchkockiano con le corse in auto sui tornanti di Montecarlo che fanno tanto Grace Kelly e Cary Grant. La caccia non è al ladro, ma all'amore infelice.
Per gazze (ladre, s'intende).

 

Gianni e le donne

Gianni Di Gregorio torna con la grazia e la levità della sua opera prima, Il Pranzo di Ferragosto. Stavolta raccontando la crisi dell'uomo sessantenne invisibile agli occhi delle donne che lo circondano. Tra madre, badante della madre, giovane vicina di casa, ex compagna di scuola, ex fiamma, moglie e figlia, Gianni vive un pellegrinaggio sentimentale alla ricerca di una dimensione che lo collochi da qualche parte nella mappa che lo dovrebbe mettere in relazione con l 'universo femminile. La verve non manca, lo stile neppure. Però questa volta la trama è priva di un'idea forte, del silicone che tenga incollati pezzi di film gradevoli ma troppo slegati. Così il vero filo conduttore diventa lui, Gianni, con la sua maschera smarrita e perfetta. Nulla di straordinario, ma probabilmente il meglio del cinema italiano in circolazione.
Per cicale.

 

I fantastici viaggi di Gulliver

Conoscere l'opera letteraria a monte non è mai stato requisito fondamentale per godersi un film. Ma se l'opera in questione è il capolavoro di Jonathan Swift, il discorso può cambiare. Troppo ricca di riferimenti alla società dell'epoca (eravamo, lustro più lustro meno, 300 anni fa), troppo graffiante e gonfia di satira per poter essere riassunta e riapprezzata nella maschera gigionesca e comunque ma noiosa di Jack Black. Se sperate di rivivere le gesta del Lemuel Gulliver che a Lilliput spegneva l'incendio a Palazzo con un getto di pipì o che, in versione mignon, veniva usato dalle dame di corte di Brobdingnag per perversi giochetti sessuali, lasciate perdere. Intanto perché la pellicola si ferma a Lilliput e poi perché nonostante Jack Black sia un gigante (anche quando non si confronta con i lilipuzani) non basta neppure il 3D a dare senso a un film di cui, francamente, non si sentiva il bisogno.
Per pulci.

 

The Green Hornet

Un film che in un colpo solo rifila un pugno nello stomaco agli amanti di Michel Gondry e a quanti avevano apprezzato lo straordinario Christoph Waltz di Inglorious Basterds. Chi ha amato i film del regista francese e miracoli in celluloide quali Se mi lasci ti cancello, L'Arte del Sogno o Gli Acchiappafilm è destinato a restare deluso. I supereroi non sono materia per Gondry. Che poi ci mette del suo e riesce per lo meno a evitare i peggiori cliché del genere, ma per uno del suo calibro era il minimo sindacale. Per il resto la pellicola, tratta da una serie tv degli anni '60 (prim'ancora serie radiofonica), è un ordinario omaggio al cinema di genere senza sussulti e senza picchi. Per una domenica pomeriggio senza calcio, e rigorosamente in dvd, può anche andare. Ma già arrivarci al cinema richiederebbe uno sforzo superiore al risultato.
Per calabroni.

 

La Versione di Barney

Il migliore dei Barney possibili. Senza andare pedissequamente dietro al capolavoro di Mordecai Richler (l'opera più significativa della letteratura degli ultimi 15 anni), ma senza neppure discostarsene Richard J. Lewis riesce in un'impresa per certi versi impossibile: tradurre cinematograficamente un romanzo sulla carta intraducibile. E lo fa vincendo alla grande la scommessa. Il Barney di celluloide emoziona, fa sorridere e piangere come quello di carta. Merito di una sceneggiatura impeccabile e di un cast formidabile, in cui Paul Giamatti (la cui mancata candidatura all'Oscar grida allo scandalo, quasi quanto il Nobel per la pace a Obama!) giganteggia nei panni del Barney che abbiamo sempre sognato: cinico, tenero, politicamente scorretto, geniale e istrionico; ma ogni attore è impeccabile e Dustin Hoffman alias Izzy Panofsky, il padre di Barney, è a dir poco strepitoso. E poi c'è Rosamund Pike, una Miriam perfetta. Un mio amico mi chiedeva qualche giorno fa: ma se vado a vedere il film senza aver letto il libro, poi mi rovino la lettura? D'isitinto gli avrei risposto di sì. Dopo averlo visto, la risposta è "assolutamente no". Due opere splendide e perfette, da vedere e leggere anche in ordine sparso.
Per unicorni.

 

Immaturi

Prendete uno a caso dei blockbuster italiani di ultima generazione: i vari Manuali d'Amore, Ex, Maschi contro Femmine, Genitori e Figli e via dicendo. Film fatti in fotocopia. Storielle appena abbozzate (più protagonisti ci sono meno le singole vicende vanno approfondite), colonne sonore ruffiane, una spruzzata di romanticismo che non guasta mai e l'immancabile ritrovo collettivo catartico (generalmente in una splendida casa in riva al mare che nella versione alternativa diventa un casolare da sogno nella campagna toscana). Bene, Immaturi non fa eccezione. Si sorride qua e là, Ricky Memphis è una spanna sopra tutti, Ambra Angiolini e Barbora Bobulova sono bravissime. E poi? Nulla più. La vicenda di questi bamboccioni semiquarantenni costretti a rifare l'esame di maturità per un cavillo burocratico non sta in piedi e tiene appiccicate un po' di storielle pretestuose per battutine sparse. Il rammarico sale considerando che gli interpreti ci sarebbero. Ma finché registi e sceneggiatori nostrani continueranno a far film pensando al pubblico del Grande Fratello più che al pubblico internazionale, saremo costretti a sorbirci queste mini serie tv senza sapore spacciate per cinema.
Per galli e galline.

 

Qualunquemente

Cetto la Qualunque, dopo cinque anni passati in Sudamerica, torna in una Calabria dipinta a suon di (grotteschi) cliché e, per difendere i propri loschi affari, decide di candidarsi a sindaco. Niente di nuovo sotto il sole, del resto del Partito du Pilu avevamo già riso con l'Albanese tv. Tra qualche sbadiglio, scontati riferimenti al berlusconismo e inutili volgarità sparse si salvano solo alcuni straripanti momenti di verve del protagonista. Ma il tentativo di trasformarsi da film d'intrattenimento in pellicola di denuncia fallisce miseramente. Anzi, sbagliatamente.
Per pecoroni.

 

Vallanzasca

La storia del bel René sa tanto di dejavu. Il materiale ci sarebbe, le zone di penombra per raccontare una parabola dai contorni eticamente torbidi anche, però all'ultima fatica (si fa per dire) di Michele Placido manca la ciccia. Dopo film come Nemico Pubblico n°1 o la recente serie tv capolavoro Romanzo Criminale, per fare un gangster movie sapido che non sappia di fritto e rifritto sugli anni '70 non bastano quattro pantaloni a zampa di elefante, due sparatorie e tutti i cliché possibili sulla vita notturna di una Milano che non era ancora da bere. Il bravo Kim Rossi Stuart, senza una mano abile a dirigerlo, dà sempre la sensazione di recitare al di sotto delle proprie (indiscutibili) qualità. Tutto il resto è ordinaria amministrazione. Non si esce delusi dalla sala (Placido è troppo ruffiano per permetterlo), ma il cinema è un'altra cosa.
Per civette.

 

Hereafter

Dicesi pregiudizio: scoprire che ha girato un film sull'Aldilà e pensare "Clint s'è rimbambito". Ci siamo cascati anche noi. Prima di vederlo il film. Perché dopo averlo visto il pregiudizio viene spazzato via. Non siamo nei paraggi di capolavori come Gran Torino o Million Dollar Baby, ma Eastwood non delude mai. Neppure quando deve parlare di medium, spiriti e Aldilà. Perché la vera forza della regia (e della sceneggiatura "multilevel" di Peter Morgan) è quella di trasformare il tema di fondo in un semplice pretesto per raccontare tre storie (il medium americano, Matt Damon, che fugge dal suo dono come da un incubo, la giornalista francese, Cecile de France, che entra in crisi dopo aver vissuto un'esperienza post mortem e i due gemellini inglesi che cercano di salvare la mamma eroinomane dai servizi sociali). Storie toccanti e a modo loro destinate a intrecciarsi. La scena iniziale dello tsunami è fra le più belle mai viste al cinema.
Per gatti dalle sette vite.

 

Che bella giornata

Mettetevi l'animo in pace: Checco Zalone non è il nuovo Totò, come qualcuno ha scritto. Ma il comico pugliese - che "Con che bella giornata" ha appena battuto il record d'incassi del cinema italiano di tutti i tempi - è di gran lunga il meglio che si possa trovare in giro. Non sorprende quindi che con il nuovo film replichi il successo del felice esordio di "Cado dalle nubi". Evitando, merito raro per i comici nostrani, di ripetersi. E così, la parabola di Checco, guardia giurata incaricata di sorvegliare il duomo di Milano che s'innamora di una terrorista marocchina, scorre veloce e allegra come le smorfie di Zalone. Maschera comica d'indiscussa qualità, che dietro a un apparente trash nasconde un acume raro. E la voglia di raccontare qualcosa. Divertentissimo poi il cammeo di Caparezza. I De Sica, i Boldi, i Panariello (ossimoro vivente, in quanto comico che non fa ridere) i Pieraccioni varii sono pregati di prender nota.
Per cuculi.

 

American Life

Due giovani, carini e squattrinati, Burt e Verona (John Krasinski e Maya Rudolph) scoprono a pochi mesi dalla nascita del primo bimbo, che i genitori di lui hanno deciso di andare a vivere in Europa. Parte così un surreale viaggio on the road sulle strade d'America alla ricerca dei vicini di casa ideali. Sceneggiato da Dave Eggers, scrittore contemporaneo di culto, diretto da Sam Mendes e recitato benissimo da un cast di attori emergenti non aggiunge niente di nuovo alla storia del cinema ma racconta una favola fresca e croccante condita da dialoghi al fulmicotone tra cinismo, dadaismo e momenti di pura tenerezza. Bella e in tema la colonna sonora (quasi tutti i brani sono di Alexi Murdoch), ma la vera chicca del film è la Maggie Gyllenhaal mammina hippie e naturopata: memorabile ed esilarante!
Per cavallette.

 

Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese

La donna é mobile e la donzelletta vien dalla campagna. Mixando Verdi e Leopardi e ispirandosi alla graphic novel di Posy Simmonds, Stephen Frears tira fuori una commedia degli equivoci all'inglese con tutti i cliché del caso, groupies adolescenti in adorazione di una star del rock bella e dannata comprese. Nel frattempo la bella Tamara (una notevole Gemma Arterton), giornalista rientrata al paesello per vendere la casa di famiglia, flirta a destra e a manca mandando in subbuglio la piccola comunità campestre. Siamo in un angolo paradisiaco del Dorset; tra corsi per scrittori in agriturismo, mucche assassine e torte farcite, le due ore e passa scorrono divertenti e leggere, anche se Frears sembra limitarsi al compitino (parentesi drammatica compresa) e alla resa dei conti resta tra le mani l'idea di un giochetto carino ma fine a se stesso.
Per mucche (non necessariamente pazze)

 

La Bellezza del Somaro

Solito cinema italiano si dirà. Un po' di retorica e di buoni sentimenti, con attori che o strillano (la Morante come sempre più di tutti) o si limitano al compitino. Eppure questo "Indovina chi viene a cena" in versione gerontofila regala anche qualche momento di spasso. Castellitto dirige senza sussulti, Jannacci attraversa il film senza cambiare mai espressione, la giovane Nina Torresi è credibile senza stafare. Bravo e spiritoso Marco Giallini, sottovalutato caratterista nostrano che il grande pubblico ha imparato a conoscere nei panni del "Teribbile" della versione tv di Romanzo Criminale.
Per ciuchi con le ali.

 

The Tourist

L'idea era quella di ricreare le suggestioni delle commedie anni '50, un po' pink e un po' dark. Roba alla Sciarada, per intenderci. Questa era l'idea, dicevamo. Che però è rimasta tale. Perché The Tourist (che trasforma Venezia in set a cielo aperto con tanto di spot a Trenitalia), nonostante le premesse (a partire dal regista premio oscar per "Le Vite degli Altri", Florian Henckel von Donnersmarck, un tipo alto quant'è lungo il suo cognome) fallisce il bersaglio. Per carità, il film si lascia vedere e Johnny Depp, come sempre, si difende col mestiere. Ad Angelina Jolie però non bastano montagne di trucco e rossetto per entrare nella maschera e la sceneggiatura, tra spionaggio e love story, mostra spesso la corda. Nel film fa capolino anche De Sica. Decidete voi se è un plus o un minus.
Per cincillà.

 

The Social Network

La storia di Mr. Facebook, raccontata dall'occhio irriverente e imprevedibile di David Fincher. La vera forza del film sono i dialoghi. Ma non sbaglia un colpo neppure il cast: attori giovani molto sconosciuti e molto bravi rendono il film un puzzle perfetto. Justin Timberlake (sì, il rapper) nella parte di  Sean Parker, fondatore di Napster, è da Oscar. Ma il vero punto di forza è la sceneggiatura di Aaron Sorkin. La sensazione è che lo stesso film senza il suo script, sarebbe stato come il tacchino di Natale senza ripieno.
Per iene.

 

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Uno sì e uno no: continua l'altalena di Woody Allen che da Match Point in poi sembra aver deciso di alternare scientificamente film perfettamente riusciti a opere incompiute che lasciano nel cuore dello spettatore le stesse tracce di una mosca sulla sabbia. Il film in questione appartiene purtroppo al secondo gruppo. Nonostante un buon cast (Naomi Watts, Antonio Banderas, Josh Brolin), la trama è debole e non c'è una sola battuta memorabile in tutto il film. Il che non è da Woody. L'unica menzione la merita "When you wish upon a star", bel pezzo di chiusura di Leon Redbone. No, non incontrerai il film dei tuoi sogni.
Per opossum.

 

A Natale mi sposo + Natale in Sudafrica

Inutile sprecare spazio per fare due recensioni diverse sui due cinepanettoni in questione, l'uno con Boldi, l'altro con De Sica. Tanto il giudizio è lo stesso: battute demenziali, volgarità a gogo, trama inconsistente, idee zero. E la domanda a un certo punto ce la dobbiamo fare per forza: va bene che nell'era dei record d'ascolti del Grande Fratello (quella in cui i protagonisti parlano del pubblico definendolo "gli italiani") è lecito supporre che il paese sia in preda al rimbambimento totale. Ma come fanno questi film a fare ogni anno il record d'incassi? Bastano le tette della Belen di turno per far correre mandrie di gente al cinema? O c'è davvero chi riesce a ridere alle imbarazzanti battute di Panariello?
Per antilopi capaci di scappare via veloci dalla sala.

 


    



Piacere / Shortcuts

Ristoranti, Spa e Centri Benessere, Cantine... in Umbria. Scegli una città...