ALICE GOSTIIndietro

Alice GostiDa Perugia a Seattle

ALICE GOSTI
Dalla danza alle arti digitali, con il sogno, realizzato, di ballare negli aeroporti del mondo
di Alessandra Olivi

Ballerina, coreografa, performer e videoartista. Tutto questo non stupirebbe se non fosse per la giovane età della protagonista. Figlia d'arte - di Jodi Sandford e Valter Gosti, che oggi si presentano sotto l'unica firma Sandford & Gosti - Alice  ha sempre vissuto in un ambiente eclettico e internazionale che le ha dato la libertà di sperimentare la sua creatività.
Dopo il diploma ha lasciato l'Umbria ed è volata a Seattle, città ricca di fermenti culturali e peraltro gemellata con Perugia, per studiare danza presso la University of Washington, con il desiderio di perfezionarsi come ballerina e coreografa.
Dopo aver riscosso molti consensi per i suoi spettacoli di danza e essersi avvicinata alla videoarte, Alice ha ideato e realizzato un vasto progetto pensato per uno spazio non convenzionale come quello dell'aeroporto. Un luogo di transizione, un non-luogo in grado di alterare la percezione di spazio e tempo, contaminato con la danza, forma d'arte fortemente dipendente dal modo di percepire il corpo in movimento nello spazio e nel tempo.
L'Airport Project è una performance itinerante che in 10 giorni (dal 19 al 31 marzo 2008) ha girato il mondo viaggiando di aeroporto in aeroporto, mai ripetuta in modo identico ma al contrario dipendente dalle caratteristiche di ogni spazio e perfino dalle condizioni psico-fisiche di Alice. Un'indagine sulla natura di un luogo specifico, che gli ignari spettatori hanno deciso se guardare o ignorare.

Innanzitutto partiamo dall'Airport Project concluso da poco: com'è nata l'idea?
L'Idea è nata principalmente in questi ultimi quattro anni in cui mi sono trovata a fare avanti e indietro tra Italia e Stati Uniti. In questi viaggi ho passato ore ed ore ad aspettare aerei e una volta, mentre cercavo di fare un pò di stretching aspettando di salire su un aereo, ho pensato a quanto sarebbe stato interessante ballare in quegli spazi facendo tournée andando di aeroporto in aeroporto. Quello e' stato il momento della visione, però mi sembrava troppo impegnativa e costosa, finché Mark Haim, un mio professore qui all'università di Washington, non mi ha convinta ad imbarcarmi in questa impresa, a realizzare qualcosa che io stessa non credevo realizzabile. Visti gli alti costi, l'idea originaria si  è ridotta: da una compagnia il pezzo è diventato un "solo" e il desiderio di circumnavigare il mondo si è limitato a quegli aeroporti che mi hanno dato il permesso di ballare nei loro spazi. Io sin da piccola ho sempre amato gli aeroporti, li ho sempre visti come luoghi magici, carichi di energia ed emozioni e allo stesso tempo così inesistenti. Con il tempo questa semplice idea si è evoluta nella giustapposizione tra l'aeroporto, un non-luogo in cui lo spazio e il tempo sono dilatati se non inesistenti, e la danza, l'arte che esiste esclusivamente nel tempo e nello spazio.

Come ha reagito il popolo degli aeroporti a questi eventi inaspettati?
Inizialmente la mia percezione di quello che accadeva intorno a me era molto deviata. Non vedevo reazioni di alcun tipo, il che mi ha dato parecchio sconforto. Quando sono partita ero convinta di non avere aspettative, ma in realtà ne avevo. Avrei voluto sentire di più l'opinione dei testimoni della performance, ma solo due persone sono venute a parlarci. Durante il viaggio tutto quello che ho visto è che quello degli  aeroporti è un popolo cinico e in transito. Così anestetizzato dagli aerei e dall'aria condizionata da non vedere più in là del proprio orologio. Idea che ho parzialmente abbandonato dopo un'attenta visione della documentazione video. C'erano persone che guardavano! C'erano persone che finivano nella mia traiettoria e che improvvisavano duetti con me per camminarmi intorno. C'erano persone che si chiedevano cosa stesse accadendo e guardavano incuriositi. Il popolo degli aeroporti ha risposto, ma non ha elaborato abbastanza velocemente per chiedersi e chiederci cosa stava succedendo. Il che mi sta facendo pensare a nuove evoluzioni. Se potessi rifarlo, come lo farei?

Dai video delle performance mi è sembrato di notare come agli indifferenti e agli interessati si aggiungesse una terza categoria: quelli che avrebbero voluto fermarsi a guardare ma non l'hanno fatto...
E perchè non lo hanno fatto? Perché  l'urgenza di andare, di arrivare alla meta era/è più forte di qualsiasi cosa possa accadere durante il viaggio. Negli aeroporti nessuno è cosciente del luogo in cui si trova, ma è proiettato verso un arrivo. Quello che hai visto negli occhi di coloro che avrebbero voluto fermarsi ma non lo hanno fatto, è l'attimo in cui hanno realizzato di essere in un luogo in un certo momento. Hanno preso coscienza del loro corpo nello spazio e nel tempo e hanno visto quello che succedeva davanti a loro, ma questa "forza" non era abbastanza forte.

E tu, dall'altro punto di vista, che idea ti sei fatta di loro?
Sicuramente il mio romanticismo legato agli aeroporti come luoghi magici e alle persone che lo frequentano è diminuito. Io per prima ho imparato che si può rendere ogni aeroporto una destinazione, in modo da vivere ogni momento. Credo profondamente nel lasciarsi cambiare la vita da piccoli dettagli che si incontrano per la strada, e si può cominciare smettendo di pensare di muoversi da A a B e portando l'attenzione alle transizioni, a tutti quei punti che compongono lo spazio tra A e B.

Qual è la linea di confine tra uno spettacolo di danza, seppur sperimentale, e una performance artistica?
La danza è arte, quindi non c'è una vera e propria linea di confine tra le due. Una performance artistica può essere considerata come danza, tutto ciò che comporta consapevolezza del movimento può essere definita tale. Personalmente non credo più nella distinzione tra le diverse arti, ma piuttosto nella possibilità di creare esperienze totali che sono capaci di coinvolgere lo spettatore. Ogni artista dovrebbe prima capire cosa vuole comunicare e poi decidere i mezzi da usare, invece di lasciar determinare dalla propria arte specifica ciò che vuole comunicare.

Recentemente hai iniziato a realizzare anche dei video, uno dei quali, In-bodied, è stato esposto a Palazzo della Penna di Perugia per Germinazioni. Come ti sei avvicinata alla videoarte?
Credo che sia stato il mio interesse per il movimento e la coreografia. Ho visto nel video un mondo con cui ampliare la danza, un modo per ballare con o senza il corpo, in un certo senso anche in maniera meno effimera.

Progetti in cantiere?
Chi mi conosce sa bene che non sto mai ferma. Questo mese mi laureo! Durante l'estate dovrei iniziare una collaborazione con Michael McCrea e Jared Friend, due studenti con cui ho già lavorato. A Settembre poi dovrei tornare in Italia per collaborare con il mio vecchio studio di danza, l'associazione Culturale Dance Gallery, per Le Arti in Città, e con delle associazioni culturali di Perugia.

Tu hai un curriculum invidiabile e solo 23 anni; quanto ha influito sul corso della tua vita l'essere figlia d'arte e soprattutto l'essere sempre vissuta tra Italia e Stati Uniti?
Molto, Moltissimo. L'essere figlia d'arte mi ha insegnato molto dal punto di vista creativo, economico e sociale. Solo ora mi rendo conto di quanto tutta l'arte che ho visto passivamente abbia influenzato la mia creatività. Al contrario della maggior parte dei giovani artisti, i miei genitori mi hanno sempre appoggiata e incoraggiata. L'essere sempre vissuta tra due mondi ha influito molto su di me, molte delle scoperte che ho fatto le ho fatte per via di questa necessità di trovare un altro modo di comunicare con il mondo.

Da diversi anni vivi stabilmente a Seattle; pensi mai di tornare in Italia?
Si, forse un giorno, ma la vita d'artista sembra essere molto più difficile in Italia; ci sono poche possibilità e pochi spazi. Per quattro anni sono tornata a Perugia ogni estate, cercando di partecipare a spettacoli e mostre. Nel frattempo cerco di mantenere i contatti con persone con cui mi interessa ed interesserebbe lavorare.

Info: http://airport.gostia.net/ 
airport.gostia@gmail.com