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CHRISTIAN DE SICA - "LA MIA NUOVA AVVENTURA PARTE DA ASSISI"
Dietro le quinte di "Parlami di me" il musical presentato al Lyrick in anteprima nazionale

 Il palcoscenico è un posto misterioso. Nella penombra gli attori vivono emozioni eteree e sudano come contrabbandieri alle prese col deserto. La magia che si racconta è fatta di molte ombre, di poche luci e di un filo invisibile col quale solo l'artista fuori dall'ordinario riesce a legare gli spettatori. I segni che scavano il volto dell'attore trasformandolo in una maschera senza età sono la prova tangibile e intensa del suo essersi dato al pubblico. Del suo aver regalato sguardi, espressioni, smorfie. Ha attinto alla fonte dell'arte, ma non ha tenuto per sé nemmeno una stilla: quell'arte ha continuato a regalarla, a getto continuo...
Potrà sembrare un caso, ma invece non lo è, che Christian De Sica, figlio d'arte e di un'arte immensa, decida di proporre l'anteprima nazionale del secondo impegno teatrale della sua vita proprio in Umbria, ad Assisi. L'intreccio che porta la valigia dell'attore nel fuaiè del teatro Lyrick è fatto di coincidenze e scelte ragionate in un groviglio inestricabile di strati, eventi e situazioni che spesso finiscono laccati sotto il nome di destino. Quali strati? Partiamo dagli autori del musical "Parlami di me", diretto da Giancarlo Sepe. Il primo è romano, risponde al nome di Maurizio Costanzo, già legato da rapporti stretti con il Sistina di Roma, ed è innamorato del potenziale di questa sorprendente struttura adagiata nella provincia. Il secondo dalla provincia, da questa provincia ci arriva: è Enrico Vaime, perugino doc, e la sua di valigia ha fatto, tanti anni orsono, il viaggio inverso, quello in direzione della capitale. Un musical a doppia firma che esordisce nella terra di uno degli autori. Ecco che il caso o il destino iniziano ad avere un profilo più nitido. In questo gioco s'inserisce lui, istrionico e travolgente, malinconico e romantico: un De Sica inedito che abbiamo prima assistito e poi incontrato in occasione della prova generale dello show. La prova generale è una di quelle cose generalmente tabù per la stampa. Il compromesso è stato semplice da raggiungere "tanto Piacere esce a spettacolo già battezzato, impossibile approfittare della ghiotta occasione anche volendo". L'anteprima è anche una di quelle cose in cui un manipolo di tecnici operosi, tanta gente nervosa e una quantità infinita di addetti a qualcosa tiene fogli in mano atteggiandosi a regista, o come minimo ad aiuto regista, e guarda tutti dall'alto in basso, occupando arbitrariamente posti in platea e facendo ssshh a ogni respiro del pubblico-cavia presente in sala. Il pubblico-cavia è un pubblico strano: sono qui per una prova generale, ma alcuni non lo sanno a giudicare da qualche pelliccia, degna della prima della Scala, ostentata con troppa disinvoltura. Il pubblico-cavia è anche un pubblico poco numeroso perché non serve riempire il teatro per avere un riscontro. Ed è un pubblico che, fatta eccezione per qualche romantica coppia presente, se n'è altamente infischiato di celebrare l'amore visto che il tutto va in scena la sera di S.Valentino. Ma è anche un pubblico generoso che tributa al suo mito applausi scroscianti che squarciano l'aria immota e a tratti sacrale di questa struttura nata anni orsono, sotto l'impulso di un mecenate americano, come tributo a San Francesco.
Il De Sica che ci viene incontro a fine spettacolo, fasciato in un giubbotto Monclair verde rana che fa tanto anni '80, è ancora provato dalla tensione, dallo sforzo ("Parlami di me" non è un "one man show" nel senso americano del termine ma poco ci manca) e dalle insoddisfazioni che sono parte del pacchetto genetico di ogni artista che si rispetti alla vigilia della prima. Non a caso è lui a farci la prima domanda: "vi è piaciuto lo spettacolo?". E non lo fa così, tanto per rompere il ghiaccio, ci tiene e vuole sapere. Sarebbe dunque inutile buttare là una risposta vuota e di circostanza. Così, sì, gli diciamo che lo spettacolo ci è piaciuto ma che ancora si percepiva che qualcosa mancava; entriamo nel dettaglio. De Sica è contento, ma pure preoccupato, e condivide le osservazioni. La nostra chiacchierata parte così, commentando lo show.

In questo spettacolo porti in scena molti elementi autobiografici. E la figura di tuo padre Vittorio fa spesso da sfondo. E' stato difficile essere un figlio d'arte?
Con questo show, che non è esclusivamente autobiografico ma che ripercorre tappe fondamentali della mia carriera e, più in generale, della carriera di ogni attore, ho cercato di rispondere anche a questo. Il peso c'è stato: inutile negarlo. Per gran parte della mia vita sono stato il "figlio di" e non Christian De Sica. Affermarsi e affermare la propria identità è forse la cosa più difficile.

Che ricordo hai di tuo padre?
Un ricordo meraviglioso, accompagnato da un solo rammarico: essermelo goduto per un tempo troppo breve. Ancora ricordo quando a Parigi, nel suo letto d'ospedale, anche se allo stremo delle forze mi regalava ironici sguardi d'intesa.

Raramente ti sei cimentato a teatro. Come nasce questa scelta?
Mi piaceva l'idea condivisa con Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime e avevo voglia di tornare a provare un contatto più diretto con il pubblico. Contatto che cinema e televisione, per quanto gratificanti, non consentono.


Quando un attore di cinema si presta al teatro si rischia di snaturare il "ruolo" dell'attore teatrale?
Non so: mio padre ha sempre fatto tutto e mi ha insegnato a fare tutto. Quando gli dissi che volevo fare l'attore, mi ha detto di studiare doppiaggio perché è la scuola migliore. Dall'Accademia di arte drammatica a volte escono pessimi attori. Ma poi, in fondo, io non faccio né Beckett né Shakespeare. Faccio il cabaret, il musical...

Tra l'altro con la musica hai anche una storia personale...
Sì, è una passione che coltivo da sempre: nel 1973 ho anche partecipato a Sanremo. E i miei esordi sono stati scanditi dagli spettacoli musicali del sabato sera in Tv. Quindi per me la musica è parte del mio percorso artisitico.

Con un musical si affronta ogni sera una prova del fuoco e ci si esibisce su grandi palcoscenici ricchi di storia, forse addirittura mistici...
Calcare certi palcoscenici fa tremare le gambe. L'ultima volta che mi capitò, ogni sera, dietro le quinte, prima di entrare in scena mi chiedevo: "Ma chi me lo ha fatto fare?". Ma poi entravo, vedevo la gente che si divertiva e scordavo tutto. Con "Parlami di me" spero di ritrovare tutta questa magia.